Normalità in una gabbia dorata? I casi di Australia e Nuova Zelanda

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Con Emanuela Ceva, professoressa alla facoltà di Scienze sociali presso l’Università di Ginevra ed esperta in etica pubblica e teorica politica, discutiamo delle severe chiusure ai confini applicate dai due Paesi all’arrivo del coronavirus

Normalità in una gabbia dorata? I casi di Australia e Nuova Zelanda
© EPA/Dan Himbrechts

Normalità in una gabbia dorata? I casi di Australia e Nuova Zelanda

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Meno viaggi, più normalità. In Australia e Nuova Zelanda si è probabilmente pensato questo quando, con l’arrivo della pandemia da COVID-19, si è scelto di chiudere i confini al resto del mondo. I due Paesi hanno così rapidamente controllato il diffondersi del coronavirus, permettendo ai propri cittadini di tornare a una vita, dicevamo, pressoché normale. Il problema, se di problema vogliam parlare, è che a un anno dalla loro chiusura, i confini restano ben sigillati. Forse fin troppo bene, dato che chi si trova all’estero fatica a rientrare nelle proprie case: secondo dati del mese scorso, ben 35 mila australiani si sono trovati la porta chiusa in faccia. Le difficoltà sono duplici: da una parte l’instabilità nella programmazione dei voli, dall’altra l’impossibilità a trovare posto negli hotel appositamente adibiti a luogo di quarantena (due settimane per chiunque rientri, indipendentemente dalla vaccinazione).

Australia e Nuova Zelanda rischiano di trasformarsi in gabbie dorate? Ne abbiamo parlato con Emanuela Ceva, professoressa alla facoltà di Scienze sociali presso l’Università di Ginevra, esperta in etica pubblica e teoria politica.

Emanuela Ceva, professoressa alla facoltà di Scienze sociali presso l’Università di Ginevra ed esperta in etica pubblica e teorica politica
Emanuela Ceva, professoressa alla facoltà di Scienze sociali presso l’Università di Ginevra ed esperta in etica pubblica e teorica politica

Professoressa Ceva, con i confini chiusi Australia e Nuova Zelanda impediscono le entrate e, di fatto, le uscite: sapere di poter rimanere bloccati all’estero spinge molti cittadini a evitare di lasciare il proprio Paese. Misure così estreme sono proporzionate ai rischi?

«Di fatto la popolazione dei due Paesi non lamenta in modo sostanziale questa situazione, poiché gode di un livello di libertà interna che è molto più elevata rispetto a quella riscontrabile in Paesi con confini aperti ma misure nazionali più restrittive. Ciò ci porta a fare una considerazione più generale, poiché questo tipo di decisione pone un problema, quello della misurazione della libertà. Quali libertà pesano di più in determinate circostanze? Come porle sui piatti della bilancia? In questo caso poi parliamo dello stesso tipo di libertà, quella di movimento, con due domini di applicazione differenti, a livello nazionale e internazionale. In Australia e Nuova Zelanda si è diminuita la libertà di movimento internazionale per aumentare quella interna. È un caso specifico interessante, perché negli ultimi tempi questo tipo di discussione metteva in contrapposizione sfere diverse, come la libertà individuale e la salute pubblica. Qui abbiamo il contemperamento di due domini diversi di realizzazione dello stesso valore, quello della libertà di movimento. Per questo è molto difficile dare una risposta netta: l’obiettivo è sempre quello di rendere le persone più libere oltre che proteggerne la salute».

Come da lei sottolineato, la popolazione sembra apprezzare questo bilanciamento delle libertà. Fatto confermato dai sondaggi delle prossime elezioni australiane, dove l’attuale primo ministro Scott Morrison sta dominando. Possibile che il Governo stia cavalcando questa linea dura anche in ottica rielezione?

«È sicuramente un fattore da considerare. Qui però entra in gioco un’altra questione interessante: il modo in cui queste restrizioni sono state presentate nei due Paesi».

I primi ministri di Australia e Nuova Zelanda sono usciti da una logica emergenziale, parlando direttamente alla popolazione

«Fin dall’inizio, dalla gestione delle prime ondate, in Australia e Nuova Zelanda si è osservata una presa a carico diretta da parte dei rispettivi primi ministri che, potremmo dire, ci ‘‘hanno messo la faccia’’. Si è usciti dalla logica emergenziale che ha invece caratterizzato la politica di molti Stati europei e in modo molto schietto i leader hanno parlato alla popolazione fornendo ragioni per le proprie decisioni. Per questo motivo la popolazione non ha vissuto le misure come imposizioni dettate da un regime d’emergenza, ma piuttosto come un appello a uno sforzo collettivo volto a creare insieme un qualcosa di valore. Tutto ciò ha fatto una grande differenza e ha fornito alle persone la capacità di accettare misure di questo tipo, rafforzando allo stesso tempo i rapporti con i vertici del Governo».

Un concerto tenutosi in aprile in Nuova Zelanda: presenti oltre 50 mila persone. / © AP su The Economist
Un concerto tenutosi in aprile in Nuova Zelanda: presenti oltre 50 mila persone. / © AP su The Economist

Chi queste misure non le ha accettate, però, è stato messo rapidamente a tacere. Morrison non si è fatto problemi a dare degli «insensibili» a chi spingeva per riaperture, accusati di non dare abbastanza valore alla vita di chi potrebbe morire a causa di nuovi focolai. È accettabile che il Governo stesso zittisca così una parte, immaginiamo, consistente della popolazione?

«Se parliamo di liceità generale, la risposta è no. In una democrazia si mettono a tacere le voci discordanti solo in casi di estrema gravità ed emergenza. Il problema è quello dei limiti alla libertà di espressione e all’inclusività democratica, come la tolleranza verso il diritto di parola di frange estremiste. Sono problemi intrinseci alla democrazia stessa. Quello che bisogna domandarsi è se la situazione epidemiologica sia al momento così grave da giustificare ancora una posizione protettiva tale per cui le voci discordanti che rischiano di mettere a repentaglio valori condivisi possano essere temporaneamente limitate».

I rapporti fra India e Australia sono da tempo molto stretti. Durante l’emergenza pandemica, molti australiani sono rimasti bloccati nel Paese asiatico: temendo la variante Delta, il Governo ha vietato loro il rientro (pena multe e carcere). Alcuni di essi, costretti in India, sono morti a causa della COVID-19. Come giustificare una simile scelta ai danni dei propri cittadini?

«Siamo di fronte a un caso da manuale di dilemma morale. Esistono due opzioni, ma sono entrambe ‘‘sbagliate’’ poiché implicano una violazione di un diritto o un compromesso di valori. Per definizione non c’è una scelta giusta, è lo scenario che in etica chiamiamo ‘‘delle mani sporche’’. Nel caso specifico, facendo rientrare questi cittadini, il rischio è quello di mettere a repentaglio un equilibrio sanitario e valoriale (relativo alla politica di chiusura sin lì adottata, ndr). Al contrario, vietando il rientro, si espongono al pericolo le persone bloccate all’estero, intaccandone il diritto alla vita e alla salute. In questi casi, inevitabilmente, la percezione della popolazione è molto polarizzata, poiché le due posizioni non permettono una conciliazione.

Scelte simili possono essere scusate, non veramente giustificate

‘‘Giustificare’’ significa fornire delle ragioni che spieghino perché quella effettuata è la scelta giusta. Ma in questo caso, implicando forzatamente un male morale, la scelta non può avere una vera giustificazione: può essere tutt’al più ‘‘scusata’’ date le circostanze straordinarie, di emergenza, che in quel momento hanno fatto propendere per una decisione piuttosto che per l’altra».

Australia e Nuova Zelanda hanno sempre avuto regolamenti aeroportuali e doganali molto rigidi. A favorire l’isolamento pandemico è stata questa predisposizione quasi culturale o, più semplicemente, la geografia?

«Chi vive in Australia è abituato a restrizioni, controllo del turismo e politiche migratorie rigide. Ciò ha sicuramente influito sull’accettazione da parte della popolazione di questo tipo di decisioni. Il fatto che Paesi europei con simili punti di vista sui rapporti con l’estero abbiano deciso di optare per chiusure meno severe, fa pensare però che a fare la differenza sia soprattutto la posizione geografica. Se c’è una variabile culturale, deve avere dunque influito soprattutto sulla propensione della popolazione ad accettare queste misure, meno sulla creazione stessa».

La situazione epidemiologica nei due Paesi

Nel 2021 l’Australia conta oltre 25,8 milioni di abitanti. I contagi da coronavirus confermati dall’inizio della pandemia sono 30.409, secondo i dati forniti dalla Johns Hopins University. Le persone attualmente infette sono 187 (Worldometer). I decessi totali sono 910.

Il censimento più recente in Nuova Zelanda risale al 2018. La popolazione è stimata attorno ai 5 milioni. I contagi sin qui confermati sono 2.724, i decessi totali sono 26.

Numeri estremamente bassi se confrontati con i dati svizzeri: 702.278 casi confermati su una popolazione di oltre 8,5 milioni di abitanti (dato del 2019). I decessi totali sono 10.331.

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