Nuovi scontri a Beirut mentre il governo perde i pezzi

Libano

La protesta che ieri ha infiammato la capitale non si ferma - Domani mattina è in programma l’attesa riunione straordinaria del consiglio dei ministri: previste nuove dimissioni - Aiuti per 250 milioni di euro dai leader di 30 Paesi

Nuovi scontri a Beirut mentre il governo perde i pezzi
© AP Photo/Hassan Ammar

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(Aggiornato alle 20.42) La protesta che ieri ha infiammato Beirut non si ferma, con nuovi scontri alla vigilia dell’attesa riunione straordinaria del consiglio dei ministri, convocata per domani mattina, durante la quale sono previste le dimissioni, già anticipate nel weekend, di altri titolari di dicasteri come il ministro dell’informazione Manal Abdel Samad.

Già prima del disastro del 4 agosto, che ha causato la morte di più di 150 persone, aveva lasciato il ministro degli esteri Nassif Hitti. Una crisi nella crisi in un Libano a cui ora «serve un miracolo per uscire dal tunnel», affermano molti commentatori.

Il premier Hassan Diab, di cui in molti vociferano dimissioni finora mai presentate, aprirà la riunione del governo e proporrà elezioni anticipate in un arco di tempo di due mesi. Ma non è detto che il suo esecutivo regga fino ad allora. Intanto il movimento sciita Hezbollah, che sostiene fortemente il governo ma che è accusato da una parte dell’opinione pubblica di aver stoccato armi nel porto devastato dall’esplosione, ha assicurato che non intende «rispondere alle provocazioni» della piazza.

Il nome del suo leader, Hasan Nasrallah, preceduto dal titolo di «sayyid» (discendente del profeta Maometto), è stato più volte oggetto di insulti, espressi verbalmente in tv e in graffiti sui muri della città. Un manichino di Nasrallah era stato «impiccato» sabato a una finta forca allestita in Piazza dei Martiri assieme a fantocci raffiguranti tutti gli altri leader politici.

Parlando con l’ANSA a Beirut, un responsabile del Partito di Dio, che preferisce rimanere anonimo perché non autorizzato a parlare con i media, ha rassicurato sul fatto che il movimento armato «non intende alimentare scontri tra libanesi».

Altri membri di Hezbollah hanno confermato che i vertici del Partito hanno inviato un ordine a tutti gli esponenti di «non scendere in strada» durante scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Ieri un gruppo di giovani, da più parti identificati come seguaci di Hezbollah, si era diretto dal vicino quartiere di Khandaq Ghamiq verso Piazza dei Martiri. Ma era stato bloccato dall’esercito.

Hezbollah ha smentito che quel gruppo fosse del partito. Altre fonti hanno affermato all’ANSA che si è trattato di seguaci dell’altro movimento sciita, Amal, alleato di Hezbollah e guidato da Nabih Berri, l’inamovibile ma contestato presidente del parlamento.

Le fonti del movimento sciita assicurano che l’esplosione del 4 agosto è stata causata da «un incidente» dovuto alla «negligenza» e alla «corruzione del sistema». Di questo sistema, affermano, il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah «non è parte». «Lui - aggiungono - è un leader esterno alle istituzioni. Non fa parte del governo».

Hezbollah da un quarto di secolo partecipa attivamente alla scena politica nazionale e locale: ha deputati in parlamento, ministri nel governo, è da 15 anni alleato del presidente della Repubblica, gestisce gran parte del territorio nel sud, nella valle della Bekaa, nella periferia di Beirut.

Diverse vittime dell’esplosione del 4 agosto erano di famiglie sostenitrici di Hezbollah: pompieri ma soprattutto operai del porto, ricordano le fonti. «E partecipano alla rabbia collettiva contro la corruzione». Questa rabbia stasera è di nuovo di scena in piazza dei Martiri e nella zona del Parlamento. Una nuova notte di violenza attende Beirut.

Aiuti per 250 milioni di euro, «direttamente» alla popolazione

Per aiutare il Libano a rialzarsi saranno stanziati 250 milioni di euro il prima possibile e in totale trasparenza. Lo hanno deciso i 30 leader e rappresentanti di istituzioni internazionali riuniti in una videoconferenza fortemente voluta dal presidente francese Emmanuel Macron e sostenuta dall’Onu.

I leader, tra i quali il presidente americano Donald Trump e il quello del Consiglio europeo Charles Michel, hanno risposto alla chiamata del Papa che aveva chiesto generosità, e a quella di Macron dalla residenza estiva di Fort Bregancon e hanno convenuto sul fatto che gli aiuti devono essere consegnati il prima possibile «direttamente» alla popolazione libanese. Questo era uno dei nodi alla vigilia della videoconferenza. Con il Libano già preda di una profonda crisi economica e politica, nessun Paese donatore aveva intenzione di firmare un assegno in bianco. Per questo, è stato deciso, gli aiuti saranno gestiti dall’Onu attraverso le sua agenzie in totale «trasparenza» e consegnati «direttamente» alla popolazione. Inoltre, è stata ribadita la richiesta di un’inchiesta indipendente sul disastro avvenuto al porto di Beirut. Lo hanno ripetuto Macron e Michel, che nei giorni scorsi ne avevano parlato con le autorità libanesi, e lo ha chiesto anche Trump esortando «il governo a condurre un’indagine completa e trasparente, per la quale gli Stati Uniti sono pronti a portare il loro aiuto».

Un’iniziativa che però per il presidente del Libano Michel Aoun è «una perdita di tempo». Al governo libanese i leader, Macron e Trump in testa, hanno anche rivolto un appello ad ascoltare i bisogni di chi manifesta legittimamente. «Bisogna fare il possibile affinché non prevalgano il caos e la violenza», ha detto il presidente francese.

Nelle ore precedenti la conferenza lo staff di Macron aveva mantenuto il massimo riserbo sull’obiettivo da raggiungere. Ma nel corso della giornata si sono susseguiti gli annunci sulle donazioni dei singoli Paesi: 63 milioni dalla Commissione europea, 50 milioni dalla Francia, 20 dalla Germania, poco più dalla Gran Bretagna. Un totale di 250 milioni di euro per la ricostruzione di Beirut che, secondo gli economisti, spazzerà via il 25% del Pil. Una cifra più alta di quei 117 milioni di dollari stimati necessari dalle Nazioni Unite subito per rimettere in sesto ospedali, infrastrutture e case distrutte.

Il Fondo monetario internazionale, che ha partecipato alla videoconferenza con il direttore Kristalina Georgieva, si è detto disponibile a «raddoppiare gli sforzi» a patto che il Libano si impegni ad attuare quelle riforme che vengono chieste da ben prima l’esplosione.

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