Pechino vara legge sulla sicurezza, stretta su Hong Kong

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La normativa approvata all’unanimità dai 162 componenti del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo è già effettiva

Pechino vara legge sulla sicurezza, stretta su Hong Kong
(Liu Weibing/Xinhua via AP)

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Quasi 70 articoli per spegnere sul nascere le turbolenze «sovversive» di Hong Kong, perseguibili adesso con la pena massima dell’ergastolo nel caso non funzioni la semplice deterrenza del rischio, negli addebiti «più gravi», di finire sotto processo in Cina.

La nuova legge sulla sicurezza nazionale è già effettiva, votata in gran fretta da Pechino in poche settimane perché entrasse in vigore alla vigilia del 23/mo anniversario del ritorno dell’ex colonia britannica sotto la sovranità cinese: i manifestanti avrebbero potuto organizzare la marcia democratica, malgrado il divieto opposto dalla polizia, ufficialmente a causa della pandemia del Covid-19.

La normativa, approvata all’unanimità dai 162 componenti del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, è finalizzata a reprimere le proteste partite a giugno 2019 a favore di riforme democratiche e contro il governo filo-Pechino della regione amministrativa con un’azione andata in porto a dispetto delle pressioni esterne.

Lunedì, gli Stati Uniti, accusati dalla Cina di appoggiare l’indipendenza della città, hanno iniziato a revocare lo status speciale concesso dal 1992 ai territori su visti e commercio, aggiungendo altra tensione ai rapporti già tesi tra Pechino e Washington. La Gran Bretagna, con Australia, Canada e Stati Uniti, aveva in precedenza rilasciato la dichiarazione congiunta invitando la Cina a lavorare con il governo e le persone di Hong Kong per raggiungere «una soluzione accettabile capace d’onorare gli obblighi internazionali della Cina». E anche l’agenzia Onu sui diritti umani ha espresso forti perplessità sulle misure decide dalla Cina.

Pechino, per tutta risposta, ha sempre declassato la questione di Hong Kong ad «affare interno», al riparo dalle «interferenze di forze esterne».

Il premier britannico Boris Johnson (»niente sinofobia, ma valutiamo reazione») e il presidente del Consiglio Ue Charles Michel (»questa legge rischia di minare seriamente l’alto livello di autonomia di Hong Kong e l’indipendenza del potere giudiziario. La Ue deplora questa decisione») hanno ribadito la loro condanna. La speaker della Camera Usa Nancy Pelosi si è appellata al presidente Donald Trump perché sanzioni i funzionari cinesi responsabili con il Magnitsky Act del 2016 per il «brutale proposito» della sicurezza nazionale.

Ma la Cina «non si farà intimidire dai tentativi degli Usa di fermare l’avanzamento della legge», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, commentando l’annuncio del segretario di Stato Mike Pompeo sullo stop all’export di materiale bellico all’ex colonia.

La presidente di Taiwan Tsai Ing-wen ha accusato Pechino di violazione degli impegni a lasciare intatti i sistemi legali ed economici di Hong Kong per 50 anni, come concordato con Londra secondo il modello «un Paese, due sistemi». Forti perplessità sono state espresse da Giappone e Corea del Sud.

Il testo della legge, tenuto in gran segreto, è stato reso pubblico in tarda serata sulla Gazzetta ufficiale del governo dell’ex colonia caratterizzandosi dai contorsi fumosi dei reati, con la possibile ipotesi di retroattività: punisce con estrema severità, nella sezione III dall’articolo 20 in poi, i reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze esterne con pene in base alla gravità dell’offesa (3, 5 e 10 anni) fino all’ergastolo. Prevista l’apertura di un’agenzia sulla sicurezza nazionale (articolo 48) con il compito, tra l’altro, di «analizzare e giudicare la situazione della salvaguardia della sicurezza nazionale» e di svolgere un lavoro d’intelligence. Il relativo personale in servizio sfuggirà alla giurisdizione locale, facendo riferimento esclusivamente a livello centrale.

La governatrice di Hong Kong Carrie Lam ha espresso «i più sentiti ringraziamenti» alla Cina per aver valutato le opinioni di governo e settori delle comunità locali. Hong Kong volta pagina sotto le pressioni di Pechino, spingendo in un angolo gli attivisti pro-democrazia.

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