Perché il destino degli USA passa dalla Corte Suprema

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Mentre la data delle elezioni presidenziali si fa più vicina, la nomina di un nuovo giudice alla più alta corte federale potrebbe cambiare le carte in tavola

Perché il destino degli USA passa dalla Corte Suprema

Perché il destino degli USA passa dalla Corte Suprema

All’indomani dei funerali della giudice Ruth Bader Ginsburg, la corsa per la nomina di un nuovo membro della Corte Suprema statunitense si fa sempre più spasmodica. Da una parte, Trump e buona parte dell’ala repubblicana del Senato vorrebbero rafforzare la loro influenza, prima delle elezioni, con una nomina conservatrice. Dall’altra, i democratici cercano di frenare in ogni modo la procedura, sperando di arrivare alle presidenziali e prendersi, in un colpo solo, la Casa Bianca ed il diritto di insediare un progressista alla Corte suprema.

Nascita e rinnovamento della Corte

La Supreme Court of the United States (SCOTUS) è la più alta corte federale statunitense ed è composta da 9 membri: un presidente e otto giudici, nominati a vita. Nata nel 1789, la Corte Suprema statunitense vede, alla morte o al ritiro per questioni di salute dei propri membri, la nomina da parte del presidente in carica di un nuovo giudice. Questa nomina deve essere approvata dal Senato, uno dei due rami del potere legislativo statunitense.

La bara della giudice Ginsburg ai piedi delle colonne dell’edificio ospitante la Corte Suprema - © AP/Andrew Harnik
La bara della giudice Ginsburg ai piedi delle colonne dell’edificio ospitante la Corte Suprema - © AP/Andrew Harnik

Perché metterci la persona giusta

In quanto organo più alto della giustizia, la Corte suprema svolge il ruolo di garante della Costituzione: leggi statali e federali passano sotto la lente dei nove giudici, e il loro schieramento ideologico è preponderante nello stabilire le tendenze (siano esse conservatrici o progressiste) che l’intera nazione assumerà fino al giorno in cui saranno in carica. Il potere nelle mani dei «Nove» è dunque immenso e, nel corso della Storia, è stato usato per fare del bene (Brown vs. Board of Education, 1954, caso che pose fine alla segregazione fra bianchi e neri nel Sud) o anche del male (Dred Scott vs. Sandford, 1876, che stabilì che gli afroamericani in schiavitù non potevano essere tutelati dalla Costituzione).

Nel corso degli anni, la Corte Suprema si è vieppiù aperta alle categorie sottorappresentate, si pensi ad esempio alla designazione del primo giudice afroamericano (1967, Thurgood Marshall), la prima donna (1981, Sandra Day O’Connor), la prima persona di origine ispanica (2009, Sonia Sotomayor). Sempre, in modo implicito, si è cercato di mantenere un certo equilibrio tra le due già citate ali conservatrici e progressiste: godendo di una nomina a vita, la maggioranza può pendere per lungo tempo da una parte o dall’altra della barricata.

A grande velocità verso un possibile punto di svolta

Nel corso di un solo mandato, Trump ha già avuto la possibilità di nominare due nuovi giudici (cosa riuscita, l’ultima volta, a Nixon). Al momento della morte della giudice Ginsburg, la Corte si divideva tra 5 conservatori e 4 progressisti, con il presidente John G. Roberts, conservatore, che in qualche occasione si è schierato con i progressisti. Per Trump fa capolino l’incredibile e ghiotta possibilità di nominare un terzo giudice, rafforzando ulteriormente il ramo conservatore e dando una direzione precisa al Paese per gli anni a venire. Una possibilità che preoccupa i sostenitori dei diritti LGBTQ o delle norme che regolano l’aborto, che temono un’inversione di marcia rispetto a quanto ottenuto negli ultimi decenni.

Ad Obama no, a Trump sì

Benché legalmente la nomina di un giudice sia un diritto ed un dovere dell’inquilino della Casa Bianca, si è tendenzialmente evitato di far designare un nuovo membro della Corte ad un presidente uscente. Così era successo ad Obama nel 2016, quando il Senato a maggioranza repubblicana gli aveva impedito, essendo «anno di elezione», di riempire il posto rimasto vacante alla Corte Suprema. A Trump, invece, questa possibilità potrebbe essere concessa: il Senato, sempre a maggioranza repubblicana, trarrebbe vantaggio dalla nomina di un altro giudice conservatore. Inoltre, in caso essa avvenga prima delle votazioni, potrebbe aiutare l’attuale presidente ad essere rieletto.

La democratica e leader della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi - © AP/Manuel Balce Ceneta
La democratica e leader della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi - © AP/Manuel Balce Ceneta

Lo scenario di un impeachement

Benché le ultime volontà della Ginsburg esprimessero la richiesta di essere sostituita solamente dopo l’elezione di un nuovo presidente, Trump sembra procedere spedito verso la designazione di un nuovo giudice. Anche il procedimento dovesse trascinarsi oltre alla data delle elezioni (la creazione di un nuovo giudice supremo prende mediamente 50 giorni, al 3 novembre ne mancano 39), l’attuale presidente potrà portare a compimento la propria opera nei mesi seguenti, che abbia raggiunto o meno la rielezione. Un’opzione che proprio non è andata giù ai democratici, tanto che Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti e fervente oppositrice di Trump, non ha escluso la possibilità di un impeachement nel caso in cui l’attuale presidente, se uscisse sconfitto dalle elezioni, proceda comunque con la designazione.

Se la giocano due donne

Negli scorsi giorni il presidente non aveva fatto mistero di voler eleggere una donna in sostituzione alla giudice Ginsburg. A poche ore dalla nomina (il tycoon ha annunciato che la scelta del nuovo giudice dovrebbe avvenire tra venerdì e sabato) sono due i nomi sul tavolo: Amy Coney Barrett e Barbara Lagoa.

Amy Coney Barrett a sinistra e Barbara Lagoa a destra.
Amy Coney Barrett a sinistra e Barbara Lagoa a destra.

Barrett, 48 anni, è docente alla Law School di Notre Dame, in Indiana. Di fede cattolica, è particolarmente osteggiata dai democratici per la sua posizione apertamente anti-abortista. Controversa è anche la sua presunta appartenenza ad una comunità cristiana, People of Praise, che alcuni ex-membri hanno definito «una setta dove ci si aspetta che le donne siano completamente obbedienti agli uomini e dove coloro che pensano autonomamente sono umiliati ed additati come una vergogna».

Barbara Lagoa, 53.enne figlia di cubani fuggiti negli Stati Uniti dopo la presa di potere di Castro, è stata la prima donna d’origine ispanica a divenire giudice della Corte suprema della Florida. Con la Florida storicamente politicamente spaccata in due, Trump potrebbe sfruttare la nomina della Lagoa, nativa di Miami, per guadagnare consensi tra gli elettori dello Stato.

Palla al Senato

Qualunque sia la scelta del presidente, che secondo le anticipazioni dei media statunitensi avrebbe scelto Amy Coney Barrett, l’ultima parola toccherà al Senato: nel caso in cui la maggioranza repubblicana dovesse dimostrarsi compatta dietro a Trump, ai democratici resterà solo l’arma dell’impeachement per impedire che la formazione passi ad un 6 a 3 in favore dei conservatori.

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