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Dopo le manganellate è il tempo del dialogo

OCCHI SULL'EST/BULGARIA - La ministra Lilyana Pavlova ha esposto a Bucarest gli obiettivi del suo Paese alla presidenza del Consiglio dell'UE per il periodo gennaio-giugno 2018 - Ecco cos'ha detto al CdT

 
14
ottobre
2017
06:00
Andrea Colandrea

BUCAREST (nostro servizio) - Dopo il turno di presidenza dell'Estonia, che si concluderà a fine anno, tutti gli occhi della comunità internazionale sono già puntati su altri due Stati dell'Est europeo che nei prossimi anni guideranno l'UE nelle sue nuove sfide: Bulgaria e Romania, con i quali, come noto, anche la Svizzera ha sottoscritto specifici accordi bilaterali. A Bucarest, Lilyana Pavlova, la ministra che assumerà il mandato affidato a Sofia da gennaio, ha fatto il punto sui suoi obiettivi nell'ambito di una conferenza pubblica che ha avuto luogo negli scorsi giorni alla Scuola nazionale di studi politici e amministrativi (SNSPA), affiancata dal suo omologo rumeno Victor Negrescu. Ecco che cos'ha detto al Corriere del Ticino.

"Sappiamo benissimo che non sarà un compito facile, ma sapremo dimostrare alla comunità internazionale che la Bulgaria è in grado rispondere in modo convincente alle difficili sfide poste oggi dall'immigrazione e dagli altri problemi più urgenti interni all'Unione europea". È con queste parole che Pavlova, che assumerà il compito di presidente di turno del Consiglio dell'UE per il semestre 2018, ha voluto fornire un esplicito chiarimento riguardo alla linea che il suo Paese intende adottare nei mesi a venire sul fronte della politica migratoria. È il momento di cambiare rotta, ha lasciato intendere nell'ambito della conferenza pubblica organizzata negli scorsi giorni alla SNSPA di Bucarest, intitolata proprio "Priorità e sfide". Un intento, certo, di non secondaria importanza, dopo che proprio la Bulgaria, nella gravissima emergenza apertasi nell'estate di due anni fa, aveva attirato su di sé pesanti critiche dalla stessa Bruxelles per l'intransigenza mostrata su questo preciso fronte sotto gli occhi della comunità internazionale.

Chi non ricorda, a questo proposito, quando Sofia aveva incaricato i propri poliziotti di blindare senza se e senza ma i propri confini e di rispedire in Turchia a suon di manganellate, cannonate d'acqua e proiettili di gomma sparati ad altezza d'uomo, migliaia di migranti in cerca di un varco verso Nord sulla rotta dei Balcani? Ebbene, oggi che quella rotta è stata definitivamente chiusa con una decisione politica, la Bulgaria ha deciso di giocare con convinzione la carta della collaborazione con gli altri 27 Stati membri dell'UE, consapevole che assecondando l'Unione europea in tutto e per tutto (contrariamente a quanto hanno scelto di fare Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) non potrà che ricavarne indiscutibili vantaggi: oltre che d'immagine, soprattutto di natura economico-finanziaria.

Come si concilia, dunque, la linea dura decisa da Sofia nel 2015 con l'imminente compito di guidare il Consiglio d'Europa, tenuto conto che la stessa UE ha già affermato di voler imporre sanzioni agli altri Stati del Gruppo di Visegrad, per il loro rifiuto di accettare la ripartizione dei rifugiati in base al sistema delle quote? "Trovare consenso sarà molto difficile, si imporrà un giusto bilanciamento tra i nostri interessi nazionali e quelli alla base dell'Unione europea". Pavlova lo ha ripetuto più volte: "La Bulgaria si impegnerà a fondo per lavorare con tutti gli Stati-membri allo scopo di sostenere, in modo compatto, il modello della solidarietà. Alla luce della vastità dell'emergenza immigrazione oggi in Europa, si tratta di un compito di enorme portata, nel quale ci siamo assunti l'onere di un delicato ruolo di mediazione".

La ministra, in sala, ha rimarcato più volte anche la parola "compromesso". "È certo che l'intervento di sostegno alle nazioni più toccate dal fenomeno della migrazione - ha detto - vada messo in atto laddove più necessario. In modo mirato". Anche se, ha specificato, la strada non è certo semplice, dato che il budget generale dell'UE a disposizione è stato pure ridotto di 1,5 miliardi di euro. Per ottenere maggiore credibilità agli occhi della Comunità europea, Romania e Bulgaria, hanno intanto deciso di rinsaldare i propri rapporti economico-commerciali, come pure quelli socio-culturali, con scambi comuni e iniziative a più livelli, non in ultimo sul fronte turistico. "Si può parlare di una nuova era", ha sottolineato a sua volta il ministro delegato per gli affari rumeni Victor Negrescu, che assumerà il mandato presidenziale affidato a Bucarest dal gennaio 2019, dopo l'Austria.

Al termine di un periodo di consultazioni già entrate nel vivo, la Bulgaria potrà dimostrare di essere effettivamente all'altezza del proprio compito. La crisi greca e la Brexit, in questo senso, paiono essere recepite come un'opportunità in più per contribuire a riformare il centralismo dell'UE in direzione di una maggiore "delocalizzazione" dei poteri centrali ad Est. Un'autentica sfida politica, che da queste parti ha un peso maggiore, e che esprime anche la volontà politica (soprattutto da parte della Romania) di porre un argine alla Russia (su cui, come noto, gravano ancora le sanzioni). Potrebbe essere letta anche in questi termini la richiesta dello scorso 14 settembre, da parte del presidente della Commissione dell'UE Jean Claude Juncker, di favorire un "immediato ingresso" nell'area Schengen di Bucarest e Sofia. "Il motto della presidenza bulgara è 'Uniti siamo più forti'", ha ripetuto Pavlova.

Tra le altre sfide per il suo Paese, oltre ai progetti di digitalizzazione all'interno del territorio comunitario (cui anche la Svizzera prende attivamente parte, come ha sottolineato Doris Leuthard durante la recente assemblea dell'ONU), c'è, prioritario, anche un sostegno maggiore ai Balcani Occidentali. Come? Tramite la politica delle tre "c": consenso, competività e coesione. Presto la Bulgaria dovrà passare dalle parole ai fatti.

Edizione del 19 luglio 2018
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