Inghilterra

Brexit, primo schiaffo alla May

I Comuni hanno approvato un nuovo emendamento «anti-governativo» con 321 sì, 299 no - Il testo è stato promosso dal dissidente Tory Dominic Grieve col sostegno dell’opposizione laburista

Brexit, primo schiaffo alla May

Brexit, primo schiaffo alla May

Brexit, primo schiaffo alla May
Il primo ministro britannico Theresa May.

Brexit, primo schiaffo alla May

Il primo ministro britannico Theresa May.

LONDRA - Inizia nel peggiore dei modi per Theresa May la sfida della vita sulla Brexit e su un accordo di divorzio dall’Ue le cui speranze di ratifica da parte della Camera dei Comuni appaiono stasera ridotte al lumicino.

Inizia con una doppia umiliazione e il governo conservatore battuto sia sulla mozione che sancisce come «un oltraggio al parlamento» la mancata pubblicazione integrale del parere legale sulle conseguenze dell’intesa siglata a Bruxelles; sia su un emendamento destinato a legare le mani alla premier su qualunque opzione ulteriore in caso di bocciatura l’11 dicembre.

Le avvisaglie d’una battaglia tutta in salita per l’inquilina di Downing Street, scesa stasera nella fossa dei leoni di Westminster con l’imperturbabilità di chi forse sente di non aver più nulla da perdere. E tuttavia intende giocarsela fino in fondo con un’unica certezza dichiarata: che il popolo britannico «ha già votato» nel referendum del 2016, che «dovere della politica è ora attuare la Brexit», che le uniche alternative sul tavolo (»no deal o niente Brexit affatto») porterebbero solo «divisione e incertezza» nel Regno.

Un punto di vista impermeabile pure alle notizie che rimbalzano da Strasburgo, dove l’avvocato generale della Corte di Giustizia Ue riconosce a Londra il teorico diritto di ripensarci, volendo. E di revocare «unilateralmente» la sua stessa istanza di recesso dal club europeo, purché entro la data messa nero su bianco per l’uscita formale: il 29 marzo 2019.

Nulla di più lontano dai pensieri di Theresa May, stando all’intervento con cui la premier ha introdotto oggi il dibattito che di qui a una settimana, passando per cinque giorni di sedute-maratona, dovrà portare al giorno del giudizio sulla ratifica martedì prossimo. Costretta a digerire oggi la sconfitta sul parere legale - con 311 voti contro 293 - e su un paio di emendamenti ostili, May sa del resto che la vera partita si giocherà l’11.

Una partita nella quale a suo dire è in gioco «il rispetto della volontà popolare» e la possibilità di garantire un’intesa certo di «compromesso», ma tale da restituire comunque in prospettiva al Paese «il controllo» della sua sovranità. Al costo di concessioni - come quella contestatissima sul backstop preteso dall’Ue a mo’ di meccanismo di salvaguardia di un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord in attesa d’un accordo definitivo sulle relazioni future - che giura essere «temporanee».

Il suo invito a scegliere il certo per l’incerto nel nome «dell’interesse nazionale» e a non illudersi che Bruxelles possa offrire un accordo migliore non sembra d’altronde fare breccia, per ora. Se non altro, non in un numero sufficiente di deputati.

Le opposizioni, a dispetto delle loro differenze, sparano a zero senza eccezioni. Il leader laburista Jeremy Corbyn evoca un Paese «più povero», dichiara il voto contrario dei suoi e auspica che in caso di bocciatura l’esecutivo si dimetta senza indugi per lasciare spazio a «elezioni anticipate».

Altri - fra gli indipendentisti scozzesi dell’Snp, fra i LibDem, nello stesso Labour e nella nicchia dei conservatori più eurofili - provano da parte loro a rilanciare l’orizzonte di una rivincita referendaria, incoraggiati anche dallo spiraglio aperto alla Corte di Giustizia europea.

Sul fronte avverso, non meno severi sono i falchi euroscettici di casa Tory, primo fra tutti Boris Johnson, che liquida il piano May come «una presa in giro della Brexit» destinato a lasciare la Gran Bretagna «intrappolata nell’unione doganale» sine die, forse a metterne in discussione i legami con Belfast (o con Gibilterra), a imporre a Londra per tutta la durata della transizione (e chissà per quanto) una condizione di «vassallaggio» rispetto a Bruxelles.

Mentre la questione del backstop allontana dalla maggioranza in tutte le votazioni preliminari di questa giornata di passione per lady Theresa anche i 10 deputati della destra unionista nordirlandese del Dup: vitali finora per la sua sopravvivenza e da recuperare a tutti i costi entro una settimana. Ammesso che bastino.

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