G20

È già braccio di ferro al vertice dei «grandi» della terra

Salta l’incontro tra Trump e Putin a causa delle crescenti tensioni sul «fronte ucraino» - L’amministrazione statunitense pone tre condizioni per il comunicato finale del summit

È già braccio di ferro al vertice dei «grandi» della terra
INCONTRI - I capi di Stato e di Governo posano per la foto ufficiale del summit G20.

È già braccio di ferro al vertice dei «grandi» della terra

INCONTRI - I capi di Stato e di Governo posano per la foto ufficiale del summit G20.

Il clima si è fatto subito infuocato ieri a Buenos Aires, in Argentina, dove è in corso il summit G20. Ancor prima dell’inizio ufficiale del vertice, infatti, le dichiarazioni che giungevano da diverse parti del mondo erano tutt’altro che positive. Sullo sfondo, in particolare, le tensioni che da giorni riguardano la delicata situazione in Ucraina. Il primo a mettere le mani avanti in vista della dichiarazione finale del summit è stato il «falco» statunitense John Bolton. Il consigliere nazionale per la sicurezza ieri pomeriggio ha infatti lanciato un chiaro aut aut alle altre superpotenze mondiali: «O accettate il nostro linguaggio o noi non aderiremo alla dichiarazione». Le condizioni che Bolton avrebbe messo sul tavolo sarebbero almeno tre: nessuna menzione al libero commercio senza affiancarla alla definizione di «commercio equo», no al passaggio sulla necessità di un rafforzamento delle istituzioni commerciali internazionali (a partire dall’Organizzazione mondiale del commercio), nessun riferimento all’accordo sul clima di Parigi. «Siamo impegnati – ha poi spiegato una fonte della Casa Bianca – a lavorare per un consenso sul comunicato finale ma ci opporremo con forza a un linguaggio che pregiudichi le nostre posizioni e siamo pronti a tirarci fuori se necessario».

È già braccio di ferro al vertice dei «grandi» della terra

Si riaccende la crisi in Crimea
Dopo la «battaglia navale» tra Russia e Ucraina avvenuta cinque giorni fa nel Mar Nero, la «questione» della Crimea è tornata in primo piano sulla scena politica mondiale. In particolare riaccendendo le tensioni tra Stati Uniti e Russia. E proprio ieri Kiev ha iniziato a usare i margini offerti dalla legge marziale introdotta mercoledì in risposta a quella che hanno definito un «aggressione» da parte della Russia di Putin. Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha infatti annunciato ieri che verrà vietato l’ingresso nel Paese a «tutti gli uomini russi tra i 16 e i 60 anni», così da impedire a Mosca di formare distaccamenti di «eserciti privati». Mosca, per bocca della portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha fatto sapere che non risponderà in modo speculare per evitare che si arrivi al «delirio». Poi, però, non ha risparmiato le critiche nei confronti del Paese di Poroshenko: «L’Ucraina rischia di sprofondare nella guerra civile», ha detto, notando come il conferimento alle forze dell’ordine di «poteri speciali», senza la supervisione «dei tribunali o dei magistrati», ponga dei «seri rischi». Il clima teso tra Russia e Ucraina, come detto, ha presto avuto effetti all’altro capo del mondo, in Argentina, dove si tiene il G20. L’incontro fra Vladimir Putin e Donald Trump è saltato , ma «s’incroceranno comunque», ha provato a minimizzare il Cremlino. La portavoce non ha potuto fare a meno di chiedersi, polemicamente, se l’annullamento del summit da parte degli USA dipenda «davvero» dalla «provocazione di Kiev» oppure non dipenda dalla «situazione politica interna negli Stati Uniti», riferendosi in particolare al cosiddetto Russiagate. Nella giornata di ieri anche la Casa Bianca è tornata a criticare l’indagine in corso sul Russiagate, sostenendo che «probabilmente mina il rapporto con la Russia», ma Donald Trump ha tenuto a precisare che il motivo per il quale il bilaterale non ci sarà è unicamente legato alla crisi ucraina.

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