È nato il partito dell’ex premier Ahmet Davutoglu

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Dopo la batosta alle amministrative di Istanbul e Ankara per mano dell’opposizione, è partita l’offensiva dei dissidenti interni contro Erdogan

 È nato il partito dell’ex premier Ahmet Davutoglu
L’ex primo ministro turco Ahmet Davutoglu, fondatore del Partito del Futuro. © EPA/STRINGER

È nato il partito dell’ex premier Ahmet Davutoglu

L’ex primo ministro turco Ahmet Davutoglu, fondatore del Partito del Futuro. © EPA/STRINGER

«Liberi da ogni tipo di controllo, difenderemo la democrazia parlamentare» e «lo stato di diritto» in Turchia contro «il culto della personalità». Dopo la batosta alle amministrative di Istanbul e Ankara per mano dell’opposizione, contro Erdogan parte l’assalto dei dissidenti interni.

Tre mesi dopo aver lasciato l’Akp, di cui era stato leader, e tre anni dopo aver lasciato la poltrona di primo ministro, Ahmet Davutoglu ha lanciato stamani il suo nuovo Partito del Futuro. Il logo è una foglia di sicomoro, con il verde a richiamare il colore dell’islam. È la prima scissione di peso dal partito del presidente, che punta a sfidarlo sul suo stesso terreno, cercando i voti dei conservatori islamici delusi dall’accentramento del potere nelle sue mani e dall’alleanza con i nazionalisti del Mhp, oltre che colpiti dalla crisi economica.

All’origine della rottura tra i due ex sodali c’erano state proprio le tensioni sul super-presidenzialismo, poi approvato col referendum del 2017. Dopo averne disegnato tra il 2009 e il 2014 come ministro degli Esteri la strategia diplomatica di «zero problemi con i vicini» - da molti giudicata però fallimentare per l’isolamento regionale di Ankara, specie dopo il coinvolgimento nella guerra in Siria contro il regime di Bashar al Assad - il 60.enne Davutoglu, già docente di Relazioni internazionali, aveva preso il posto di Erdogan alla guida del partito e del governo fino al maggio 2016, quando si dimise travolto dai veleni di un dossieraggio, poche settimane prima del fallito golpe. La sua nuova forza è accreditata di un consenso limitato a pochi punti percentuali, che però potrebbero pesare in un sistema elettorale che richiede la maggioranza assoluta per l’elezione del capo dello stato.

Ma la fuga da Erdogan non è finita. Entro poche settimane è attesa la nascita di un altro partito di ex, che potrebbe fargli ancor più male: quello di Ali Babacan, lo «zar» della crescita economica negli anni d’oro in cui tutto l’Occidente guardava ad Ankara come un modello di sintesi tra democrazia, capitalismo e islam.

Il suo movimento, che avrebbe la benedizione dell’ex presidente Abdullah Gul, anche lui tra i fondatori delusi dell’Akp, sarebbe già in partenza vicino alla soglia di sbarramento del 10% per l’ingresso in Parlamento. Già ministro delle Finanze e degli Esteri, oltre che vicepremier, Babacan è pronto a corteggiare gli ambienti finanziari per accaparrarsi il favore degli investitori internazionali, cruciali per un rilancio della crescita economica dopo il periodo più nero dell’era Erdogan.

Una battaglia che si annuncia senza esclusione di colpi. Il Sultano ha già accusato gli ex alleati di appropriazione indebita di fondi bancari per la creazione dell’Università della Città di Istanbul. E Davutoglu non ha perso tempo a replicare, chiedendo una commissione parlamentare che indaghi anche su un possibile arricchimento della cerchia di familiari e fedelissimi del presidente.

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