Il taglio dei parlamentari è legge

ITALIA

Via libera dalla Camera con 553 voti a favore, 14 contrari e due astenuti - I deputati saranno ridotti a 400 dai 630 attuali e i senatori a 200 dagli attuali 315

Il taglio dei parlamentari è legge
© EPA/Fabio Frustaci

Il taglio dei parlamentari è legge

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La Camera italiana ha approvato definitivamente il taglio dei parlamentari facendo il pieno di voti: tutti i gruppi hanno votato il provvedimento che ha ottenuto infatti 553 si, solo 14 no e due astenuti. Con una valutazione quasi unanime: la riforma va però corretta, tanto è che la maggioranza ha condiviso un documento in cui si annuncia l’incardinamento entro ottobre di tre ulteriori riforme che toccano gli articoli della Carta appena modificati.

Esulta il MoVimento 5 Stelle (M5S) e l’opposizione di centrodestra, che aveva sperato fino all’ultimo in un flop che facesse cadere il governo, alla fine ha anch’essa votato la riforma. Si riparte con il nodo della legge elettorale, che la maggioranza si è impegnata a sciogliere entro dicembre, mentre una incognita rimane il possibile referendum sul taglio.

La riforma taglia linearmente il numero di deputati (da 630 a 400) e di senatori (da 315 a 200). Un cavallo di battaglia di M5S che infatti vede il suo capo politico esultare: «Una riforma storica, una grandissima vittoria per i cittadini italiani», ha detto Luigi Di Maio, che ha subito ammesso la necessità di «attivare i pesi e contrappesi che servono a questa riforma», e su questo ha assicurato «lealtà» agli alleati di Partito democratico (Pd) e Liberi e Uguali (Leu) che, dopo essersi opposti nei precedenti passaggi, hanno votato a favore proprio per l’impegno a varare le altre riforme.

Tre saranno costituzionali e partiranno entro ottobre (parificazione dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato a 18 e 25 anni; Senato non più eletto su base regionale per avere leggi elettorali uguali per i due rami del parlamento; taglio del numero dei delegati regionali nell’elezione del presidente della Repubblica). Sono proprio queste riforme, ha detto Graziano Delrio, che hanno convinto il Pd a «votare convintamente» per il sì compiendo una inversione a U.

Se dunque da quando si parla di riforme costituzionali, cioè dal 1963, giuristi e politici hanno sempre insistito sulla necessità di differenziare Camera e Senato, ora si va verso la totale parificazione, con un bicameralismo che da perfetto, ha detto Riccardo Magi di +Europa tra i pochi a votare no, diventa «perfettissimo», enfatizzando questa anomalia tutta italiana.

In ogni caso politicamente la riforma e la necessità di avviarne altre, specie quella elettorale, «allungano» la legislatura. O almeno questa è la convinzione della maggioranza. Di tutt’altro avviso il centrodestra che sperava che alla maggioranza mancassero i 316 voti richiesti per approvare la riforma: la sera di martedì i capigruppo di M5S, Pd e Leu hanno fatto i conti che si sono dimostrati giusti. La maggioranza è stata autonoma con 332 sì, e pochissimi dissensi. Lega (enfatizzando - come monito ai 5 stelle - la lealtà verso questo progetto che aveva già sostenuto), Fratelli d’Italia (Fdi) e Forza Italia (Fi) hanno quindi deciso anche loro di votare sì, visto che il blitz non sarebbe avvenuto: d’altra parte Lega e Fdi avevano appoggiato il taglio nei tre precedenti passaggi, mentre Fi vi si era opposta solo nell’ultimo in Senato.

Proprio in Senato era mancato il quorum dei due terzi dei sì, e quindi la riforma è sottoponibile a referendum. Roberto Giachetti (Iv), pur votando a favore per «lealtà» ha annunciato l’intenzione di raccogliere le firme di 126 deputati, e Simone Baldelli (Fi) ha sfidato M5S a essere loro stessi promotori, per dar voce ai cittadini, come in passato il Movimento aveva spesso annunciato di voler fare, e come fece anche Matteo Renzi (Pd) con la riforma del 2016. Oggi però M5S frena: «il referendum è uno strumento delle minoranza, la maggioranza non deve promuoverlo su se stessa perché diventa un plebiscito» dicono dal Movimento.

L’altra grande questione è la legge elettorale. Il documento della maggioranza si impegna «a presentare entro dicembre un progetto di nuova legge elettorale» che assicuri «efficacemente il pluralismo politico e territoriale». Come ha spiegato Stefano Ceccanti, il costituzionalista del Pd, in gioco sono o il proporzionale con soglia alta, o un doppio turno nazionale con possibilità di apparentamento tra il primo e il secondo turno. Le differenze, ha sottolineato Federico Fornaro, capogruppo di Leu, non sono tecniche ma «di cultura politica» e su questo la maggioranza «dovrà confrontarsi con serietà».

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