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Inizia il dialogo tra PD e M5S

Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio, ora soci nella ricerca di un patto per un «Governo di svolta», salgono al Colle a distanza di cinque ore e si sfidano senza però citarsi né svelare che partita stanno giocando

Inizia il dialogo tra PD e M5S
Foto Keystone

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ROMA - In Italia, dopo una giornata nervosissima parte il dialogo tra Partito democratico (PD) e Movimento 5 Stelle (M5S) con il via libera del Quirinale che ha concesso altri quattro giorni di tempo per «soluzioni chiare».

Ma è stata una giornata al cardiopalma, tra sospetti sui quasi alleati e rischi di fuoco amico. Il segretario del PD Nicola Zingaretti e il leader di M5s Luigi Di Maio, ora soci nella ricerca di un patto per un «governo di svolta», salgono al Colle a distanza di 5 ore e si sfidano senza citarsi né svelare se stanno giocando la partita insieme.

La partita tattica è giocata su documenti e punti programmatici poi proposti al presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, come paletti fondamentali per negoziare. Per il Pd, sono i 5 punti programmatici votati il giorno prima all’unanimità al Nazareno. Il Movimento raddoppia la base di trattativa e a Mattarella offre un decalogo.

Per i 5 Stelle si va dal taglio dei parlamentari alla tutela dell’ambiente, passando per la riforma della giustizia, del sistema bancario fino al conflitto di interessi. Su tutti, prevale la riforma costituzionale «interrotta» all’ultimo miglio: «Deve essere una priorità in Aula», scandisce Di Maio alla stampa. Ma su chi sia l’altro giocatore seduto al tavolo, si limita a dire: «Sono state avviate tutte le interlocuzioni». Alla Lega riserva solo una frecciata, netta e accusatoria, ricordando che il governo gialloverde si basava «sulla lealtà tra forze politiche, che è stata minata da una rottura unilaterale».

Per il secondo round di consultazioni, i Democratici entrano per secondi nella stanza del presidente (prima, la delegazione di Fratelli d’Italia, ultimi gli M5S) e sono i più numerosi. Oltre al segretario, per il Pd ci sono i capigruppo parlamentari Graziano Delrio e Andrea Marcucci e i vertici del partito, il presidente Paolo Gentiloni e la vice Paola De Micheli.

«Abbiamo manifestato al presidente della Repubblica la disponibilità a verificare la formazione di una diversa maggioranza e l’avvio di una fase politica nuova e un governo nel segno della discontinuità», spiega Zingaretti a fine colloquio. Ripete quindi le condizioni annunciate ieri: «Non un governo a qualsiasi costo, ma di svolta e con un programma nuovo».

Insomma al capo dello Stato italiano il Pd sciorina i 5 punti che Zingaretti definisce poi «non negoziabili», a partire dalla «vocazione europeista» dell’Italia. Gli altri quattro sono la centralità del Parlamento, la sostenibilità ambientale, nuove politiche migratorie e la svolta delle ricette economiche e sociali. Aspetti che non si incrociano con quelli del Movimento definiti da Di Maio «obiettivi prioritari per gli italiani», anche perché alcuni racchiudono temi-bandiera del M5s come la riduzione del numero dei parlamentari e l’acqua pubblica.

Ma è proprio sul taglio degli eletti che tra i Democratici si è rischiata la lite, quando è emerso un no alla riforma, oltre a un dietrofront sui decreti sicurezza e a un pre-accordo sulla manovra. Nel pomeriggio e prima delle consultazioni dei 5 Stelle, è Zingaretti a stoppare le fibrillazioni interne: le condizioni poste al M5S (e indicate al capo dello Stato) sono i 5 punti approvati dalla Direzione. Nessun giochetto insomma, per far saltare la trattativa.

Di Maio ignora apertamente la questione e preferisce andare al sodo, anziché seguire la «scorciatoia» delle elezioni: «Il voto non ci intimorisce affatto ma il voto non può essere la fuga dalle promesse fatte dagli italiani. Abbiamo tante cose da fare». E a mo’ di nuovo capitano aggiunge: «Non lasciamo la nave affondare, perché l’Italia siamo tutti, a dispetto degli interessi di parte». Fino alla prova finale di orgoglio: «Il coraggio non è di chi scappa ma chi prova fino in fondo a cambiare le cose, anche sbagliando con sacrificio e provando a fare le cose».

In precedenza, il suo ex alleato leghista Matteo Salvini ha ribadito che il voto è la via maestra, ma ha anche aggiunto: «se qualcuno mi dice ragioniamo perché i no diventano sì, miglioriamo la squadra, miglioriamo il programma, ho sempre detto che sono uomo concreto, non porto rancore, guardo avanti».

Circolano intanto i primi nomi per l’incarico di premier, fra questi quello della vice presidente della Corte Costituzionale italiana Marta Cartabia.

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