La crisi

La Spagna verso il voto

Il governo spagnolo si prepara a nuove elezioni, dopo che il Parlamento ha bocciato il progetto di Finanziaria

La Spagna verso il voto

La Spagna verso il voto

MADRID - Il governo spagnolo si prepara a nuove elezioni, dopo che il Parlamento ha bocciato il progetto di Finanziaria, con i voti dei partiti di centro destra Pp e Ciudadanos e degli indipendentisti catalani. Una crisi annunciata, dopo il rifiuto dell’esecutivo socialista minoritario di negoziare l’autodeterminazione della Catalogna e «l’ingerenza politica nel processo giudiziario» contro i 12 leader indipendentisti davanti al Tribunale Supremo, ha riconosciuto la portavoce socialista alla Camera, Adriana Lastra. Accelera la fine della legislatura, anche se non sarà prima di venerdì, dopo il Consiglio dei ministri, quando il premier Pedro Sanchez scioglierà la riserva sulla convocazione delle urne, prerogativa esclusiva del capo del governo.

Inutili i tentativi del Psoe, di Podemos e dei nazionalisti baschi del PNV di salvare l’iter della legge di bilancio, sbarrato sul nascere da 6 emendamenti (presentati da Erc, PdeCat, oltre che dal Pp, Ciudadanos, Foro Asturias e Coalición Canaria), approvati con 191 sì, 158 no e una astensione. Il governo socialista minoritario non è riuscito a coagulare la maggioranza sulla Finanziaria «più sociale della democrazia», come l’ha difesa la ministra delle Finanze, Maria Jesus Montero. Restano carta straccia l’aumento della spesa sociale, quello delle pensioni, il salario minimo interprofessionale a 900 euro e il piano da 3 miliardi per il lavoro giovanile. Neanche l’aumento del 52% degli investimenti in Catalogna (pari a oltre 2 mld) è bastato a persuadere gli indipendentisti. «Si sono uniti nel voto al blocco di destra che chiede il 155», ovvero il commissariamento sine die della Catalogna, «per non fare avanzare il Paese», ha recriminato Montero.

Il governo dovrà ora far quadrare i conti. Ma pochi credono possibile prolungare a colpi di decreti una legislatura costretta nella camicia di forza dello strumento contabile approvato a suo tempo dal governo Rajoy. «Elezioni quanto prima per frenare il degrado economico e il discredito internazionale provocato dal negoziato con i secessionisti», ha incalzato il leader del Popolari, Pablo Casado. «Non può continuare ad agonizzare una legislatura nata morta. Bisogna andare alle urne», ha rincarato Ciudadanos. La concomitanza del voto sulla Finanziaria con l’inizio del processo ai 12 dirigenti catalani ha alterato i piani del resiliente Pedro Sanchez di rimanere al governo fino al prossimo autunno, con soli 84 deputati su 350, doppiando il voto europeo, regionale e municipale del 26 maggio.

Agli attacchi dell’opposizione al «traditore» Sanchez, colpevole di aver «umiliato» lo Stato con presunte concessioni agli indipendentisti, è seguita la mobilitazione in piazza, domenica a Madrid, di 45mila persone convocate da Pp, Ciudadanos e la forza di estrema destra Vox. Con i tre leader Casado, Rivera e Santiago Abascal, il tripartito che governa in Andalusia, nella stessa foto.

Sul fronte opposto, i separatisti catalani, che hanno accusato Sanchez di non voler negoziare il diritto all’autodeterminazione, per aprire la porta a un referendum legale. Una pressione insostenibile per il premier socialista, che ha dato per rotta la trattativa: «Non cederemo ai ricatti» aveva avvisato la Montoro ieri in aula, mentre a un km di distanza, Oriol Junqueras e compagni sfilavano davanti alla Corte suprema. Escludendo per le politiche la ‘superdomenica’ elettorale del 26 maggio, preferita dai Popolari, in casa socialista si valutano come possibili date il 17 o il 28 aprile.

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