Giappone

Nell’oceano l’acqua della catastrofe nucleare di Fukushima

Per il ministro dell’Ambiente uscente l’unica opzione per smaltire l’accumulo di quella contenente sostanze radioattive è scaricarla in mare e diluirla

Nell’oceano l’acqua della catastrofe nucleare di Fukushima
I resti della centrale nucleare di Fukushima nel 2013, due anni dopo la distruzione causata da uno tsunami. (Foto Wikipedia)

Nell’oceano l’acqua della catastrofe nucleare di Fukushima

I resti della centrale nucleare di Fukushima nel 2013, due anni dopo la distruzione causata da uno tsunami. (Foto Wikipedia)

«L’unica opzione per smaltire l’accumulo di acqua contenente sostanze radioattive è scaricarla in mare e diluirla». È bastato un commento «a titolo personale» del ministro uscente dell’Ambiente nipponico, Yoshiaki Harada, per scatenare una bufera e riaprire la spinosa questione dello smantellamento della centrale atomica di Fukushima, teatro del più grave disastro nucleare delle storia recente, con ripercussioni ambientali che costituiscono ancora un enigma per le future generazioni.

Le dichiarazioni di Harada, sono state prontamente smentite dal capo di gabinetto e braccio destro del premier Shinzo Abe, Yoshihide Suga: «Non è vero che abbiamo delineato un metodo per disfarci del liquido radioattivo, sono ancora in corso le indagini della commissione istituita dal governo», ha rettificato Suga, spiegando che il gruppo di esperti è in contatto con le associazioni dei pescatori, che vedrebbero le loro attività spazzate via nel caso che le oltre un milione di tonnellate d’acqua contenuta nei serbatoi dovessero essere riversate nell’oceano.

Il problema dello stoccaggio, tuttavia, ad oggi non trova un’alternativa. Il gestore della centrale, la Tokyo Electric Power (Tepco), ha riferito che già dall’estate del 2022 non ci sarà più spazio per conservare l’acqua radioattiva necessaria a raffreddare i reattori danneggiati dallo tsunami del 2011; la capacità massima di 1,37 milioni di tonnellate sarà raggiunta esattamente fra tre anni. L’Agenzia di regolamentazione del nucleare (Jnra), del resto, si era già espressa a favore di un possibile rilascio, additandolo come un metodo scientificamente accettabile, malgrado la contrarietà della popolazione locale e delle organizzazioni ambientaliste.

In particolare gli esperti si dividono sulla concentrazione del trizio, un isotopo dell’idrogeno contenuto nell’acqua contaminata difficile da separare ed estrarre, e con un tempo di decadimento di poco più di dodici anni. Una decisione in questo senso, inoltre sarebbe destinata a generare controversie diplomatiche con i paesi vicini, in primo luogo la Corea del Sud, che ancora oggi applica restrizioni su alcuni prodotti alimentari provenienti da Fukushima.

Sul tavolo della commissione si considerano altre opzioni, fra le quali l’iniezione sotterranea e la vaporizzazione, ma la dispersione in mare appare l’unica opzione realistica. In un editoriale del quotidiano liberale Asahi Shimbun, viene criticata apertamente la posizione del governo di delegare alle amministrazioni locali la decisione o meno di ospitare le centrali nucleari, attratte dai finanziamenti del settore privato, a sua volta sostenuto dalla posizione a favorevole sul nucleare dell’attuale esecutivo. Secondo il giornale la delibera finale dovrebbe essere delegata alla comunità, e non lasciata in modo irresponsabile al governo. Un dibattito sempre più vivace a livello internazionale, nato dalla ferma volontà di non ripetere gli stessi errori di valutazione di Fukushima.

«Una volta esaminato il da farsi, il governo spiegherà la risoluzione all’intera comunità internazionale», ha detto il capo di Gabinetto nipponico a chi gli chiedeva la posizione dell’esecutivo sulle riflessioni personali del ministro. «Il procedimento verrà discusso in maniera trasparente per ottenere l’approvazione dell’intera comunità».

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