«Se l’India vuole attaccare in Kashmir, risponderemo»

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Secondo il primo ministro pachistano Imran Khan si tratta di «un errore strategico madornale da parte di Narendra Modi»

«Se l’India vuole attaccare in Kashmir, risponderemo»
Il primo ministro pachistano Imran Khan dal pulpito rassicura. (Foto Keystone)

«Se l’India vuole attaccare in Kashmir, risponderemo»

Il primo ministro pachistano Imran Khan dal pulpito rassicura. (Foto Keystone)

ISLAMABAD - Dal Kashmir si alzano nuvoloni di guerra.

Anzi, il Pakistan è convinto che l’India governata dal nazionalista Narendra Modi stia preparandola la guerra, e stia per scatenare un attacco sulla porzione pachistana dell’area contesa, dopo aver revocato lo statuto d’autonomia alla porzione che cade sotto la sua amministrazione. Una decisione, quest’ultima, che ha fatto impennare la tensione nella regione contesa a maggioranza musulmana e fra Islamabad e New Delhi.

«Abbiamo informazioni di intelligence», ha dichiarato il premier pachistano, Imran Khan al parlamento locale del Kashmir pachistano in occasione del 72. anniversario dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, «che l’India ha elaborato un piano per un’azione (militare) nell’Azad Jammu and Kashmir (Ajk)», cioè nella porzione pachistana del Kashmir.

Scopo dei presunti piani di New Delhi, secondo Khan, sarebbe quello di «dirottare l’attenzione mondiale dall’occupazione del Kashmir». Secondo il premier pachistano, «l’ideologia piena di odio» dell’India di Modi, cioè del suo partito Bjp, si ispirerebbe ai nazisti. «I media indiani - ha aggiunto - stanno seguendo ciecamente il Bjp, mentre tutti temono queste forze ispirate dal Nazismo».

Secondo il primo ministro pachistano, si è trattato di «un errore strategico madornale da parte di Modi», che ha così «giocato la sua ultima carta e pagherà un caro prezzo».

Imran Khan ha poi fatto appello alle Nazioni Unite perché intervengano sulla questione, affermando che «non soltanto il Kashmir e i pachistani, ma 1,2 miliardi di musulmani (in tutto il mondo), guardano all’Onu».

La tensione nel Kashmir continua ad essere altissima da quando, il 5 agosto, il governo di Modi ha sospeso per decreto, con luce verde del parlamento federale, l’articolo 370 della Costituzione dell’India, che concedeva autonomia al Jammu and Kashmir sotto la sua giurisdizione: un’autonomia nata sotto l’egida dell’Onu, proprio in virtù del suo status di regione a maggioranza musulmana e contesa, fonte di quattro guerre fra i due Paesi vicini e rivali, di infinite tensioni e di un endemico terrorismo islamico che ha falciato migliaia di vite umane.

Modi ha rivendicato la portata «storica» della sua decisione che divide l’attuale Jammu and Kashmir in due territori - il kashmir a maggioranza musulmana e il Ladakh a maggioranza buddista - e li pone sotto l’amministrazione diretta di Delhi. La decisione ha scatenato la furia dei kashmiri musulmani e l’India ha imposto un coprifuoco, che non si è allentato neanche in occasione della festa islamica del Sacrificio (Eid al-Adha).

E non contribuisce certo a calmare gli animi l’arresto di un noto politico kashmiro musulmano, Shah Faesal, l’unico ad essere approdato, nel 2009, ai più alti ranghi dell’amministrazione federale indiana, prima di dimettersi per fondare il Movimento del popolo del Jammu e Kashmir. Faesal si era espresso pubblicamente contro la sospensione dell’autonomia ed è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Delhi mentre stava tentato di imbarcarsi su un volo per la Turchia.

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