L’intervista

«Teheran non si piegherà al diktat di Washington»

La sfida di Trump all’Iran, con le nuove sanzioni sul petrolio, vista da un ricercatore universitario

 «Teheran non si piegherà al diktat di Washington»
La Guida Suprema dell’Iran, ayatollah Ali Khamenei, (secondo da destra) circondato dai vertici dei Guardiani della rivoluzione.

«Teheran non si piegherà al diktat di Washington»

La Guida Suprema dell’Iran, ayatollah Ali Khamenei, (secondo da destra) circondato dai vertici dei Guardiani della rivoluzione.

Il presidente USA Trump lo scorso novembre aveva imposto un nuovo embargo sul petrolio iraniano, ma Washington aveva concesso una deroga ad otto Paesi che importavano il greggio dall’Iran. Il 2 maggio finiranno queste esenzioni, e i Paesi coinvolti dovranno decidere se obbedire a Trump o scegliere la via dello scontro. A Teheran come viene visto questo nuovo guanto di sfida lanciato dagli Stati Uniti? Abbiamo sentito il parere di Ali Reza Jalali, membro di facoltà e ricercatore universitario di diritto pubblico presso l’Università di Damghan, località a circa 350 km da Teheran.

L’annuncio dell’inasprimento delle sanzioni USA contro l’Iran ha fatto schizzare il prezzo del petrolio. In Iran la nuova mossa di Trump ha avuto già delle conseguenze?

«Siccome la mossa annunciata da Trump è recente, non possiamo ancora esprimerci con certezza sulle conseguenze che avrà in Iran. Bisognerà vedere cosa faranno gli attuali acquirenti del petrolio iraniano. La questione principale è rappresentata dal fatto che finora otto Paesi che acquistavano il greggio estratto in Iran non erano soggetti a sanzioni, adesso sembra che gli Stati Uniti vogliano sanzionare tutti i Paesi che comprano il petrolio iraniano. Tutto dipenderà dalla reazione che avranno questi acquirenti. Fino ad oggi alcuni Paesi, nonostante fossero esenti dalle sanzioni, penso ad esempio all’Italia, hanno ridimensionato le quantità di greggio comprato all’Iran o hanno completamente sospeso gli acquisti. Mentre altri Stati, penso alla Turchia, alla Corea del Sud, al Giappone e alla Cina, hanno continuato a rifornirsi di petrolio iraniano. Se questi Paesi dovessero ora piegarsi al diktat di Trump, ciò potrebbe avere delle conseguenze. La Cina e la Turchia hanno detto che continueranno a importare il petrolio iraniano, ma il silenzio di altri Paesi fa pensare che non resisteranno più di tanto alle pressioni USA».

L’economia iraniana è da tempo in crisi e la popolazione deve fare i conti con un tasso d’inflazione che riduce il potere d’acquisto. Un ulteriore peggioramento della crisi economica potrebbe favorire delle rivolte popolari?

«Se le vendite di petrolio iraniano dovessero calare, oltre a conseguenze sui mercati internazionali potrebbe esserci un impatto sull’economia iraniana, anche se per ora non si è visto nessun effetto particolare. Per il futuro vi è la possibilità che non ci sarà un contraccolpo. Lo dico sulla base dell’esperienza passata, la quale ci indica che ogni 5-6 anni l’economia nazionale subisce un contraccolpo per via di sanzioni esterne o a causa di fattori interni. Succede così che ogni 5-6 o 7 anni arriva un momento in cui l’inflazione esplode e la moneta iraniana perde abbondantemente valore rispetto alle valute internazionali, come è accaduto nel 2018 o anche durante il Governo di Ahmadinejad 6-7 anni fa. Quando si registra una grave crisi economica con inflazione alle stelle, calo della produzione industriale, agricola e via dicendo, l’anno seguente, normalmente, c’è una piccola ripresa e una stabilizzazione della situazione. Vi è dunque la possibilità che le nuove sanzioni non causino un forte peggioramento della situazione economica».

Se invece l’impatto sull’economia interna fosse più duro?

«I minori introiti a disposizione del Governo costringeranno le autorità iraniane a cercare nuove fonti di finanziamento. E dato che l’economia nazionale non è in una situazione esaltante, l’unico modo per dare linfa al Paese è quello di far stampare più banconote alla Banca centrale. Ovviamente questo avrà di nuovo un effetto inflazionistico. Il Governo è già oggi alle prese con problemi economici e si parla della possibilità di aumentare, a partire dal prossimo anno, il prezzo della benzina e del petrolio; beni energetici di prima necessità controllati direttamente dall’Esecutivo. E questo sarebbe lo scenario più negativo».

Il capo di stato maggiore dell’esercito, Mohammad Bagheri, ha detto che gli USA, colpendo con le sanzioni il petrolio iraniano stanno dando a Teheran l’opportunità di liberarsi dalla dipendenza dall’oro nero. È davvero così?

«Secondo me l’Iran non sta mostrando reali capacità di liberarsi dalla dipendenza del greggio. Ogni volta che c’è un inasprimento delle sanzioni sul petrolio iraniano, come avvenuto 7 anni fa quando alla guida del Governo vi era Ahmadinejad, le autorità iraniane affermano di voler emancipare il Paese dalla dipendenza petrolifera; però puntualmente ciò non avviene. Per cui non credo che l’Iran potrà liberarsi dalla dipendenza del petrolio nel breve periodo. A causa di una serie di fattori, principalmente interni, l’economia iraniana attualmente non ha la capacità di rendersi indipendente dal greggio. Siamo dunque nel campo degli slogan, come quello sulla chiusura dello Stretto di Ormuz. Anche questa minaccia ciclicamente viene lanciata dalle autorità iraniane: ‘Se non comprerete il nostro greggio, non uscirà dal Golfo Persico una goccia di petrolio’. Molti Paesi non comprano il petrolio iraniano però non mi risulta che l’oro nero non passi più dallo Stretto di Ormuz; e anche in futuro sarà così. Agli iraniani non conviene scatenare una guerra perché viene impedito loro di vendere il petrolio».

Questo nuovo giro di vite USA potrà far cambiare al regime iraniano la sua politica di ammodernamento dell’arsenale missilistico?

«Penso che sia difficile, in quanto lo Stato iraniano attribuisce un’importanza cruciale al settore militare, considerato che a livello internazionale è il deterrente principale nei confronti di un attacco militare straniero. Fino ad oggi USA, Israele, Arabia Saudita e altri rivali dell’Iran hanno puntato sulle sanzioni, su attentati terroristici simbolici sul territorio iraniano oppure su guerre per interposta persona, come quella in Siria, per fare pressioni su Teheran. Ma il deterrente militare ha evitato che l’Iran venisse attaccato direttamente. Teheran finora non ha commesso l’errore fatto da Gheddafi che dopo l’apertura nei confronti dell’Occidente ha smantellato il suo arsenale militare, e nel momento in cui ha subito un attacco straniero non è riuscito a difendersi. Gli iraniani sembrano voler percorrere, da questo punto di vista, un’altra via».

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