Ultimatum a Johnson: «Due settimane per mettere le carte in tavola

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Quindici giorni di tempo per inoltrare una proposta di accordo sulla Brexit o non ci sarà più tempo per rinegoziare, fanno sapere dall’UE

Ultimatum a Johnson: «Due settimane per mettere le carte in tavola
AP/Christopher Furlong

Ultimatum a Johnson: «Due settimane per mettere le carte in tavola

AP/Christopher Furlong

Meno di due settimane per mettere sul tavolo le carte di una qualche proposta di accordo sulla Brexit o non ci sarà più tempo per rinegoziare nulla. E non resterà che scegliere fra la richiesta di un nuovo rinvio o davvero l’epilogo di un traumatico divorzio no deal il 31 ottobre.

L’Unione europea è sazia di parole e indica a Boris Johnson una termine ultimativo (o quasi) per il momento della verità: il 30 settembre. «Una scadenza artificiale», nella reazione immediata di Downing Street, che il premier britannico formalmente respinge: ma che in realtà lo induce a spedire finalmente a Bruxelles almeno le prime «bozze tecniche» di un pacchetto di «idee» per provare a sciogliere alcuni dei nodi irrisolti e a uscire dall’angolo dove rischia di ritrovarsi.

A 40 giorni dall’ora X di fine ottobre, la partita della Brexit assume anche i contorni della guerra di nervi. A lanciare l’avvertimento più secco è il premier finlandese Antti Rinne, presidente di turno dell’Unione, che a margine di un vertice con Emmanuel Macron a Parigi lo dice chiaro e tondo: Johnson a questo punto ha fino al 30 settembre, come del resto aveva già indicato Angela Merkel al G7 di Biarrirz, o «è tutto finito».

La reazione dell’entourage del primo ministro britannico non si fa attendere. «Noi intendiamo presentare le nostre soluzioni scritte a mano a mano che saremo pronti, non secondo una scadenza artificiale, e solo quando ci sarà chiaro che l’Ue vorrà approfondirle costruttivamente», risponde oggi un portavoce di Downing Street, non senza insistere sulla data del 17-18 ottobre, quella dell’ultimo Consiglio europeo utile, come vero termine conclusivo per un’intesa che nelle intenzioni di Londra dovrà essere comunque ‘depurata’ dalla sgradita clausola vincolante del backstop sulla questione del confine aperto irlandese. Al di là della retorica baldanzosa la sensazione è tuttavia che Johnson - in attesa di sapere se e quando riuscirà a portare il Paese alle elezioni - sia per ora sotto scacco.

Il primo dossier inviato a Bruxelles rappresenta in sostanza anche un primo cedimento alle pressioni europee. Al suo interno ci sono bozze (»non-papers») di «proposte tecniche confidenziali» da vagliare come eventuali strumenti alternativi al backstop, precisa lo staff di BoJo. Ma si tratta di proposte ancora grezze, parziali. Frutto della volontà tattica britannica di scoprire le carte «lentamente», passo dopo passo, ipotizza il notista politico della Bbc Norman Smith. O piuttosto della scarsa chiarezza d’idee del premier brexiteer, mostrata secondo fonti diplomatiche europee anche nei recenti colloqui di Lussemburgo: con il successore di Theresa May apparso sorpreso nello ‘scoprire’ come alcune proposte avanzate in materia di allineamento alle norme fitosanitarie e doganali non basterebbero da sole a garantire l’assenza di barriere post Brexit per tutte le merci in transito fra le due Irlanda.

A tendere la mano arriva peraltro in serata un’intervista a SkyNews del presidente uscente della Commissione, Jean-Claude Juncker, che alla prospettiva di un accordo rinnovato di divorzio prima del 31 ottobre, nel rispetto delle priorità di Johnson, dice di credere ancora. Avvertendo come l’alternativa del no deal minacci di essere «disastrosa» sia per il Regno Unito sia per i Paesi dell’Ue: cosa confermata d’altronde dagli ennesimi moniti della Bank of England e più ancora dalle stime dell’Ocse sul pericolo di una recessione alle porte in caso hard Brexit, con un potenziale impatto immediato negativo fino al 3% per l’isola e una media dello 0,6% nel continente.

Parole a cui lo stesso Johnson replica con cauto ottimismo, aggrappandosi alla sensazione che almeno Juncker non sia legato con tutta l’anima al backstop come a un mezzo insostituibile.

«Non voglio esagerare i progressi che stiamo facendo, ma stiamo facendo progressi», insiste a sua volta Boris. Soggetto intanto alla spada di Damocle del verdetto con cui la Corte Suprema del regno dovrà decidere, al principio della prossima settimana, se considerare legale o meno la sua contestatissima sospensione del Parlamento fino al 14 ottobre. Verdetto che, se fosse negativo, potrebbe significare la fine - o l’inizio della fine - della sua premiership dopo neppure due mesi.

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