Brexit

Un campanello d’allarme per Londra

L’economia britannica tira il freno: la crescita del PIL rallenta nel 2018 a un +1,4%, il livello più basso dal 2012

Un campanello d’allarme per Londra
Foto Keystone.

Un campanello d’allarme per Londra

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LONDRA - Un campanello d’allarme e forse qualcosa più. L’economia britannica tira il freno, sullo sfondo delle incertezze e delle paure della Brexit, in attesa domani dell’ennesima esibizione interlocutoria di Theresa May alla Camera dei Comuni sugli sviluppi di un supplemento negoziale con l’Ue per ora incapace di sbloccare lo stallo. La crudezza dei numeri - certificati oggi dall’Office for National Statistics (Ons) - lascia poco spazio alle interpretazioni: la crescita del PIL rallenta nel 2018 a un +1,4%, il livello più basso dal 2012, mentre nell’ultimo trimestre non va oltre uno striminzito +0,2%, addirittura con un arretramento dello 0,4 a dicembre.

Dati che non dipendono tutti dalle incognite del divorzio da Bruxelles, ma che di questo scenario certamente risentono. Downing Street, dal canto suo, ribatte e sottolinea per bocca d’un portavoce che «l’economia del Regno Unito continua comunque a crescere e resta forte nei suoi fondamentali». La sterlina per tutta risposta cede ancora terreno su euro e dollaro. Mentre Rob Kent-Smith, capo analista dell’Ons, evidenzia «il calo registrato negli ultimi tre mesi in particolare nel settore manifatturiero dell’auto e dell’acciaio, nonché la contrazione nell’edilizia». Tutte realtà su cui pesa il dilemma su che tipo di Brexit aspettarsi a meno di 50 giorni dalla data d’uscita fissata per il 29 marzo, salvo rinvii al momento non richiesti.

L’incubo del «no-deal»
L’incubo generale è quello di un taglio netto, di una Brexit senza accordo. Un epilogo potenzialmente catastrofico per l’economia britannica, ma foriero di guai anche per altri: per la vicina Irlanda, in primo luogo, ma anche per altri Paesi esposti nell’interscambio con Londra. Per esempio la Germania, dove stando a un team di ricercatori di Halle in caso di «no deal» sulla linea del fuoco ci sarebbero fino a 100.000 posti di lavoro solo in terra tedesca (fino a 600.000 nel mondo).

Due possibilità
Per allontanare lo spettro Theresa May non sembra avere in ogni modo che due possibilità. La prima è quella di trovare una «via d’uscita» dal backstop, il contestato meccanismo vincolante di salvaguardia del confine aperto Irlanda-Irlanda del Nord, come le ha dato mandato di fare la sua maggioranza Tory-Dup dopo la sonora bocciatura parlamentare del primo tentativo di ratifica dell’accordo raggiunto con Bruxelles a novembre. Ma da quest’orecchio i 27 non ci sentono, come ha confermato oggi il capo negoziatore europeo Michel Barnier al ministro Stephen Barclay, ribadendo per l’ennesima volta il ‘no’ a rimettere in discussione la sostanza dell’intesa.

La seconda opzione è invece cercare una soluzione di compromesso - trasversale - con il leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn, per una Brexit più soft, come ormai lo stesso Barnier le suggerisce a mezza bocca di valutare, chiedendole «chiarezza» e «passi in avanti». Su quest’ultimo fronte la premier conservatrice ha scritto ieri una lettera di risposta al «caro Jeremy», in cui qualche spiraglio di dialogo pare aprirlo su un testo condiviso tale da evitare ad un tempo il no deal e ogni idea di referendum bis. Ma mantenendo fermo il veto su una delle proposte alternative cruciali di Corbyn: quella d’un accordo rivisto per garantire la permanenza dell’intero Regno nell’unione doganale.

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