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Un nome per il dopo-May: Boris Johnson

L’ex ministro degli Esteri ed ex sindaco di Londra prende il volo: in suo favore si sono espressi 114 dei 313 deputati del gruppo conservatore alla Camera dei Comuni che nelle prossime settimane sfoltiranno la lista dei candidati

 Un nome per il dopo-May: Boris Johnson
Foto Keystone

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LONDRA - Un uomo solo al comando, la sua chioma è color giallo paglierino, il suo nome è Boris Johnson: se fosse una radiocronaca ciclistica dei tempi eroici si potrebbe iniziare anche così, in omaggio alla passione dell’interessato per le 2 ruote. Di sicuro c’è che il vincitore annunciato della contesa a tutta Brexit per la successione a Theresa May come leader Tory e prossimo primo ministro del Regno Unito questa volta sembra davvero in procinto di farcela.

Il risultato del primo scrutinio, pur con tutte le incognite ancora aperte di un percorso a ostacoli piuttosto lungo, non ammette al momento repliche. L’ex ministro degli Esteri ed ex sindaco di Londra - sceso in lizza con la promessa di portare il suo Paese fuori dall’Ue senza ulteriori indugi alla scadenza della proroga del 31 ottobre, «deal o no deal» - ha preso il largo.

In suo favore si sono espressi 114 dei 313 deputati del gruppo conservatore alla Camera dei Comuni, le cui votazioni successive ridurranno gradualmente la prossima settimana la platea degli aspiranti dai 10 allineatisi in partenza (e già ridotti a 7) fino ai due destinati ad affrontare nel ballottaggio finale il voto postale dei 160.000 iscritti del partito: un recinto di attivisti tutti d’un pezzo entro il quale, sondaggi alla mano, Johnson può contare su una popolarità del 54% e su 40 punti di vantaggio sul rivale meno lontano.

Un traguardo, quello del ballottaggio, a questo punto per lui scontato visto che il voto di 105 deputati è sufficiente a garantirlo matematicamente. Un traguardo tutto da raggiungere, invece, per i contendenti rimasti in gara: nell’ordine il ministro degli Esteri in carica, Jeremy Hunt, arrivato a quota 43; quello dell’Ambiente, Michael Gove, issatosi a 37 malgrado lo scandalo delle rivelazioni sull’abuso di cocaina una ventina d’anni fa; l’ex titolare della Brexit, Dominic Raab (27); il ministro dell’Interno, Sajid Javid, fermatosi a 23 a dispetto della faccia feroce mostrata sull’estradizione agli Usa di Julian Assange; quello della Sanità, Matt Hancock (20); e quello della Cooperazione Internazionale, Rory Stewart (19). Già eliminati intanto, sotto la soglia minima del 5% dei votanti, le due uniche donne del lotto, le brexiteer Andrea Leadsom ed Esther McVey, e il deputato semplice moderato Mark Harper.

Nella pattuglia degli inseguitori, il più accreditato e trasversale rimane al di là dei numeri Hunt, i cui grandi elettori, dalla centrista Amber Rudd all’euroscettica Penny Mordaunt, non disperano ancora: convinte di poterlo trasformare alla fine in catalizzatore unico del fronte anti-Boris, con l’etichetta di «leader serio». Sullo sfondo restano d’altronde le fibrillazioni di un Paese (e di un partito) che in concreto deve ancora decidere cosa fare del divorzio da Bruxelles a tre anni dal referendum del 2016.

Con l’opzione shock dell’uscita senz’accordo lasciata totalmente nelle mani del successore della May dal fallito tentativo di Westminster di riprendere mercoledì il controllo della questione attraverso un’estrema mozione anti-no deal, promossa dalle opposizioni riunite guidate dal leader del Labour, Jeremy Corbyn. Opzione che Johnson non esclude in effetti per fine ottobre, al pari di Raab o di Javid. Mentre Hunt e Gove allontanano almeno a dopo un ulteriore rinvio. E a cui solo Hancock e Stewart si oppongono categoricamente.

Boris sfugge del resto al confronto e dà prova di scaramanzia: «Sono felicissimo d’aver vinto questo primo scrutinio, ma c’è molta strada da fare», si limita a commentare via Twitter, strumento preferito dell’amico americano Donald Trump. Anche se vari deputati, sentiti fra i suoi avversari da Jessica Parker, volto noto della Bbc, ammettono dietro le quinte come ormai la partita sia chiusa o quasi. E come la strada di Downing Street sembri spianata per il più istrione dei premier.

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