Quando il turismo spaziale sarà la nuova Disneyland

oltre la terra

Con Bruno Storni, ingegnere elettronico e informatico e già collaboratore dell’Agenzia spaziale europea (ESA), parliamo della nuova frontiera del turismo spaziale e delle aziende che mirano allo spazio

Quando il turismo spaziale sarà la nuova Disneyland
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Prima Branson con la Spaceflight Unity 22, poi Bezos con la New Shepard. In meno di dieci giorni il turismo spaziale ha subito un forte impulso: i due miliardari, in compagnia di un piccolo equipaggio, hanno infatti personalmente superato l’atmosfera terrestre a bordo dei rispettivi mezzi. Più che un grande «passo» (come disse Armstrong nel primo allunaggio), potremmo parlare di un vero e proprio balzo per l’umanità. Ma per «umanità» si intende tutta o solo la minima percentuale più ricca? Quali conseguenze avrà la crescente influenza del settore privato sullo spazio? Ne abbiamo parlato con Bruno Storni, ingegnere elettronico e informatico già partecipe di una ventina di progetti e missioni presso l’Agenzia spaziale europea (ESA), oltre che docente di tecnologie spaziali presso EPFL.

Costi inimmaginabili e parchi a tema

Martedì 20 luglio a partire con la New Shepard di Bezos sono state 4 persone: il magnate e suo fratello Mark, l’aviatrice 82.enne Mary Wallace «Wally» Funk (da decenni nel settore dell’astronautica ma mai selezionata per un lancio) e il non ancora 18.enne Oliver Daemen, figlio del miliardario Joes Daemen, fondatore e CEO di Somerset Capital Partners. Il biglietto dell’ultimo di questi «fantastici quattro» era stato messo all’asta da Bezos: ad aggiudicarselo per ben 28 milioni di dollari un acquirente anonimo ritiratosi per «problemi di pianificazione». Il testimone è dunque passato al ragazzo, che con la veterana Funk ha stabilito un record di età: i due si sono aggiudicati rispettivamente il titolo di astronauta più giovane e più anziana. Quasi 30 milioni per un biglietto, dicevamo. «Costi inconcepibili», ci dice subito Storni, «ed è probabile che nei prossimi anni rimangano tali: il viaggio nello spazio sarà a lungo una prerogativa dei super ricchi. Bisogna anche considerare che lanci simili non sono privi di rischi, non è un turismo per tutti». C’è un però: «Un simile mercato può avere grande potenziale. In New Mexico, Branson ha creato uno spazioporto: il miliardario britannico progetta di crearne di nuovi in altri continenti. Il volo nello spazio diventerà una sorta di nuova Disneyland», ci dice. E i ricchi pagheranno fior di quattrini per un’esperienza dalla durata, tutto sommato, molto breve: «Il viaggio della New Shepard di Bezos si è esteso su poco più di una decina di minuti, osservandolo in TV l’impressione è stata quella di essere dinanzi a un’attrazione di un luna park. In questo senso il lancio di Branson, avvenuto sull’arco di tempo più lungo (dopo un’ora di volo per raggiungere un’altezza di 15 chilometri, la navicella spaziale si è staccata dall’aereo per raggiungere rapidamente gli 85 chilometri, ndr) è stato sicuramente più avventuroso», spiega l’ingegnere ticinese.

I due miliardari si sono fermati tra gli 80 (Branson) e i 100 (Bezos) chilometri sul livello del mare: le altitudini stabilite rispettivamente dalla US Air Force e internazionalmente dalla cosiddetta «linea di Kármán» al di là delle quali si è ufficialmente nello spazio. Ma l’industria privata è andata ben oltre queste altezze e a guardare più lontano di tutti c’è un altro miliardario: Elon Musk.

Il miliardario e CEO di Tesla e SpaceX Elon Musk. / © AP/Matt Rourke
Il miliardario e CEO di Tesla e SpaceX Elon Musk. / © AP/Matt Rourke

Aziende, satelliti e il «caso Musk»

La corsa allo spazio non è più solo uno «scontro» tra grandi nazioni. Al contrario, gli Stati faticano a stare al passo della ferrea volontà dei ricchi privati. «Le tecnologie spaziali si sono fatte più semplici e meno costose: non sono più solo appannaggio di Stati e agenzie internazionali (come NASA o ESA)», afferma Storni. «Ora anche i grandi magnati hanno una forte influenza. L’uomo ha mosso i primi passi nello spazio soprattutto per motivi militari: gli obiettivi erano lo sviluppo di vettori per bombe atomiche in grado di colpire altri continenti e l’osservazione di nazioni ‘‘avversarie’’ dai satelliti». Per fortuna le motivazioni odierne delle nostre passeggiate spaziali appaiono più pacifiche: «Oggi nello spazio si fa molto di più, dai servizi di telecomunicazione, di geolocalizzazione o di osservazione della Terra, alla recente novità del turismo», conferma Storni.

Il problema è che le aziende, non essendo Paesi, non sono ufficialmente tenute a rispettare il patto internazionale del 1967 (Outer space treaty, Trattato sullo spazio extra-atmosferico), quello che regola lo sfruttamento delle risorse spaziali evitandone l’accaparramento e l’utilizzo a scopi militari da parte dei singoli Stati. Che una simile «falla» possa avere risvolti negativi? Secondo Storni il gioco vale la candela: «Le aziende già utilizzano lo spazio, e continueranno a farlo. Un po’ come le compagnie aeree fanno con il cielo».

Da questi miliardari arriva una spinta verso l’innovazione

«Tutta una serie di miliardari sta dando una spinta innovativa, investendo per fornire servizi in più. E non parlo solo del turismo spaziale, ma anche di TV e internet. Prendiamo l’esempio di Elon Musk: l’imprenditore famoso per Tesla e SpaceX negli ultimi anni ha lanciato nello spazio oltre 1.600 satelliti di telecomunicazione, con l’obiettivo di creare una rete internet satellitare. Anche questo delle telecomunicazioni è un servizio una volta gestito dai Governi nazionali, ora invece la stragrande maggioranza dei satelliti geostazionari (quelli che compiono la propria orbita in 24 ore e quindi in posizione fissa rispetto alla Terra, ndr), è in mano a privati», afferma Storni. «Negli scorsi decenni la compagnia lussemburghese SES Astra ha lanciato in orbita satelliti con numerosissimi transponder (dispositivi che amplificano e ritrasmettono i segnali, ndr), grazie ai quali ancora oggi vediamo i canali satellitari: l’uso dei transponder viene rivenduto alle emittenti che possono così trasmettere dallo spazio. Musk sta facendo qualcosa di simile, posizionando su orbite più basse i suoi piccoli satelliti», ci spiega l’ingegnere. «Con il progetto Starlink, lancia ogni due settimane 60 satelliti. Il missile che si occupa di portarli in orbita, il vettore Falcon 9, viene riutilizzato più volte: i lanci dunque non costano più nulla o comunque un’inezia rispetto a qualche decina di anni fa», spiega Storni. Il visionario sudafricano con passaporto canadese e statunitense sta svolgendo egregiamente il ruolo di apripista: «Musk è entrato in una logica finora inimmaginabile. Chi non ha le sue tecnologie paga oltre 100 milioni per un lancio, in quanto i vettori a stadi utilizzati solitamente sono ‘‘usa e getta’’ al 100%. A Musk invece basta recuperare il primo stadio (l’elemento più costoso del vettore), rifornirlo di carburante e rimetterlo in pista: così ha creato una costellazione di satelliti a costi che nessuno riesce a uguagliare». L’obiettivo di questa costellazione? Un’offerta internet satellitare, dicevamo. «In Svizzera non abbiamo problemi, godiamo di una delle migliori distribuzioni di banda larga al mondo», spiega il docente SUPSI e EPFL. «In altri Paesi però, e penso anche agli Stati Uniti, non è così: basta uscire di 20 chilometri dai grandi centri ed ecco che un simile servizio non è più disponibile. E così è in gran parte del mondo, specialmente negli Stati estesi e poveri».

Elon Musk è lanciato verso lo spazio, e chi lo ferma più?

Di qui la scommessa di Musk sullo spazio: «Mettere in piedi una rete di tipo spaziale costa meno che tirare fibre ottiche attraverso i deserti. Chiaramente facendo capo a un’antenna l’affidabilità in caso di maltempo è minore, ma comunque alta. Con le sue sole forze, ottenute le frequenze dalla Commissione federale per le comunicazioni statunitense (FCC), Musk può ora trasmettere dai satelliti che continuano ad essere lanciati in serie. E chi lo ferma più?», ci dice Storni.

Già, l’avanzata del magnate sembra inarrestabile. Possibile che insieme a tanta innovazione arrivino anche dei pericoli? «L’unico rischio che mi viene in mente è quello del monopolio», risponde l’ingegnere ticinese.

Verso Marte e un altro livello

Fermatisi, come detto, a «soli» 80-100 chilometri dalla Terra, Branson e Bezos sembrano avere obiettivi meno ambiziosi di quelli del CEO di Tesla, che guarda impaziente a Marte. Bruno Storni ne è sicuro: «Musk è su un altro livello. Quella di colonizzare il pianeta rosso è la sua scommessa più grande, il suo pallino. La Starship è già a uno stadio avanzato, volo suborbitale e atterraggio sono già stati testati e dopo il volo orbitale il prossimo passo, vicino, sarà il giro intorno alla Luna».

Marte però rimane lontano, lontanissimo. «Un conto è metterci piede (già molto difficile), un altro è viverci. Musk punta a farne il nostro ‘‘pianeta di riserva’’, ma al momento credo sia al di fuori della nostra portata: ci sono troppe problematiche da risolvere. Da diverse decine di anni anche gli USA progettano di inviare umani su Marte, ma l’idea è stata più volte cestinata e ripresa dai diversi presidenti. Da questo punto di vista è più probabile che sia proprio un privato, con un progetto visionario, a far avverare una simile idea». Idea che rimane comunque lontana dalla realtà.

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