Russia e Cina aprono uno spiraglio ai talebani

rapporti internazionali

Nel summit per l’Afghanistan tenutosi a Mosca, le due superpotenze hanno discusso della stabilizzazione del Paese, cercando al contempo di ritagliarsi peso geopolitico

Russia e Cina aprono uno spiraglio ai talebani
© EPA/Russian Foreign Affairs

Russia e Cina aprono uno spiraglio ai talebani

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Pochi passi avanti oggi nel summit per l’Afghanistan a Mosca: i talebani nella capitale russa guadagnano, se non un’apertura, almeno uno spiraglio - ammesso che «rispettino le promesse fatte alla comunità internazionale su diritti e inclusività del prossimo governo».

L’appuntamento, in particolare per Russia e Cina, aveva come obiettivo quello di stabilizzare l’Afghanistan post-USA e, nel contempo, ritagliarsi peso geopolitico.

Anche se da Kabul continuano ad arrivare drammatiche notizie di violenze contro le donne: l’ultima denuncia, riportata da media indiani, riguarda l’uccisione di una giocatrice della nazionale giovanile di pallavolo afghana, Mahjabin Hakimi, che secondo una sua allenatrice è stata decapitata dai talebani a inizio ottobre. La notizia non sarebbe stata finora diffusa dai familiari per timori di rappresaglie.

A Mosca invece a dettagliare lo stato dell’arte è stato l’inviato speciale russo per l’Afghanistan Zamir Kabulov. Ai colloqui la questione del riconoscimento è stata affrontata, e anche il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha fatto capire che prima o poi verrà, se i talebani s’impegneranno nei compiti a casa. La Russia, ha dichiarato il veterano della diplomazia internazionale, «riconosce» gli sforzi della nuova amministrazione afghana per «stabilizzare la situazione dal punto di vista militare e politico» e si considera «soddisfatta» per il livello d’interazione stabilito con il nuovo governo. Poi, certo, restano i dubbi di sempre. Sul narcotraffico. Sui rischi per la sicurezza dei Paesi confinanti, molti dei quali rientrano nell’ombrello protettivo di Mosca sotto varie sigle. L’ISIS e al Qaeda, chiarisce il Cremlino, «vogliono rialzare la testa». I talebani, dunque, non devono assolutamente rendersi disponibili a operazioni destabilizzanti. E i nuovi padroni dell’Afghanistan (ri)promettono volentieri: «Non attaccheremo mai altri Paesi».

La delegazione talebana era guidata dal vice primo ministro Mullah Abdul Salam Hanafi, con al seguito un drappello di funzionari, tra cui il ministro degli Esteri Ahmadullah Muttaqi. Al summit hanno preso parte i rappresentati di dieci Paesi - gli ‘stan’ dell’Asia Centrale più Cina, Pakistan, India e Iran - dando così continuità al primo vertice del formato di Mosca, lanciato nel lontano 2017. Insomma, un lavoro di rammendo partito sotto traccia e ora pronto a sbocciare.

Lavrov, da bravo padrone di casa, si è «rammaricato per l’assenza degli Stati Uniti» al vertice e ha reiterato l’auspicio che sia dovuto a fattori contingenti, più che strutturali. Il nuovo inviato speciale degli Usa per l’Afghanistan, Thomas West, ha fatto sapere d’altra parte che verrà in Russia a novembre e questo lascia intendere la volontà di percorrere un cammino comune, almeno per un tratto.

Per quanto riguarda il lato pratico, durante il vertice c’è stata la richiesta avanzata all’ONU di chiamare finalmente la conferenza dei donatori per aiutare l’Afghanistan nella ricostruzione. Mosca è chiara sul punto: si rischia il collasso «economico-umanitario», con le minacce annesse sul lato della sicurezza e delle ondate migratorie. I talebani, dal canto loro, assicurano che stanno lavorando alla formazione di un «nuovo governo», per l’appunto inclusivo, e che presto potrebbero esserci delle novità. Tutti i partecipanti si sarebbero poi detti d’accordo a «scongelare» i fondi della Banca Centrale.

Nella nota congiunta finale i partecipanti del summit hanno infine esortato la comunità internazionale a costruire relazioni pratiche con i talebani «indipendentemente dal riconoscimento ufficiale del nuovo governo afghano» e, al contempo, hanno sottolineato che la creazione di un «esecutivo inclusivo» e rispettoso di tutte le realtà «etnopolitiche» del Paese sarà la chiave di volta per il processo di pace. Ma sui diritti, nulla. «Siamo soddisfatti di questo vertice», ha chiosato Muttaqi.

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