Sfidò i talebani e la morte, non poteva far altro che fuggire

Da Kabul a Roma

N. è una reporter afghana la cui vita in patria, con i ribelli di ritorno al potere, è in pericolo - È fuggita con la sua famiglia grazie all’aiuto di un giornalista, di una principessa e del console italiano a Kabul: ecco la loro storia

Sfidò i talebani e la morte, non poteva far altro che fuggire
©Jacob King/PA via AP

Sfidò i talebani e la morte, non poteva far altro che fuggire

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Ci sono una giornalista, una principessa, un console e un regime dal quale scappare, quello dei talebani. No, non è una favola. È una storia accaduta realmente, appena pochi giorni fa, a Kabul, la capitale dell’Afghanistan, caduta in mano ai ribelli lo scorso 15 agosto. A raccontarci questa storia è Filippo Rossi, un reporter freelance ticinese, che ha aiutato una collega ed amica, di origini afghane e che chiameremo N. (nome noto alla redazione, ndr.), e la sua famiglia a fuggire dal regime.

Un regime che, come ci spiega Rossi, si distingue in questo momento per una comunicazione confusa circa i propri intenti: «Bisogna fare una premessa quando guardiamo ciò che accade oggi: cioè che non possiamo escludere a priori che la leadership talebana sia realmente aperta ad un governo di tipo inclusivo, come dicono. È possibile infatti che gli episodi di violenza che si verificano nel Paese siano da attribuire a singoli gruppi che agiscono secondo logiche proprie e distanti da quelle di chi sta cercando di prendere il potere. I talebani – dice Rossi – sono molto frammentati al loro interno, e vi sono fazioni provenienti da province di conservatori, i cui membri sono spesso analfabeti e poco acculturati, che contribuiscono probabilmente ad alimentare lo stereotipo del talebano che oggi spaventa gran parte della popolazione. Quali siano le reali intenzioni di chi vuole il potere ora, potrà dirlo solo il futuro, quando il ritiro statunitense sarà completato e quando un nuovo governo sarà istituito».

Ma veniamo alla nostra storia.

Si tolse il velo davanti ad un alto esponente dei talebani in segno di sfida contro il moviemento

N. è una giovane giornalista. È stata per molti anni reporter di Tolonews, il primo canale d’informazione in Afghanistan. Questo fino al 2018, quando è dovuta fuggire dal Paese. N. è poi tornata, un anno dopo, per lavorare alle dipendenze del Ministero della pace del nuovo governo afghano. Un’istituzione, quest’ultima, voluta per intavolare i negoziati di pace con i ribelli che oggi, a suon di assalti e conquiste, hanno preso le redini del potere. Nel corso della sua carriera, il nome di N. era balzato agli onori della cronaca in più di un’occasione per le sue posizioni molto chiare contro i talebani. Posizioni che N. aveva espresso in modo altrettanto chiaro sui social network. «Una volta – racconta Filippo Rossi a titolo di esempio – davanti ad un alto esponente dei talebani si era tolta il velo. Un gesto interpretato come un segno di sfida contro il movimento e che l’ha resa un bersaglio». Il fratello di N., inoltre, era portato ad avere molti contatti con l’estero per lavoro, con compagnie internazionali. «Tutto questo, la loro storia e le loro relazioni – spiega Rossi –, hanno contribuito a mettere la famiglia in una posizione di pericolo al momento della presa di potere da parte dei talebani».

La famiglia di N. si è trovata per la seconda volta con i talebani alle porte a dover scappare

Quella domenica, il 15 agosto, appreso dell’avanzata dei talebani verso Kabul, N. e la sua famiglia hanno iniziato a temere il peggio. Inoltre, ci dice Filippo Rossi, non era la prima volta che si trovavano in quella situazione: negli anni ‘90 la famiglia era già fuggita: era accaduto quando i talebani erano arrivati a Bamyan. Andarono a Zahedan, in Iran, dove trovarono condizioni pessime: in qualità di rifugiati afghani erano discriminati e vivevano in precarietà. Quando poi gli americani occuparono il Paese liberandolo, poterono tornare indietro. Ma la scorsa domenica, la famiglia di N. si è trovata per la seconda volta con i talebani alle porte, a dover scappare.

«Quel giorno – continua Filippo Rossi – sono stato contattato dalla principessa Soraya Melek dell'Afghanistan, nipote del Re Amanullah, sovrano illuminato e riformista, deposto nel 1929 dopo un’insurrezione armata (Soraya è nata e risiede a Roma, da dove, con frequenti viaggi nel suo Paese, sostiene il suo popolo e promuove iniziative per favorire il lavoro e la dignità delle donne afghane, ndr.). Sapendo che conosco N., e sapendo il rischio che lei stava correndo restando in Afghanistan, mi ha domandato se volessi inserirla, con la sua famiglia, su una lista di persone da evacuare. Ho subito informato N. della proposta e lei mi ha detto di essere molto spaventata e che, sì, volevano andarsene. Sono quindi stati iscritti tra i nominativi di una ONG italiana, Pangea, che opera in sostegno del popolo afghano, come persone da evacuare».

Sono arrivati e abbiamo paura. Ci dobbiamo nascondere

Le ore successive sono state di vero caos, sostiene il giornalista ticinese. «Non si capiva più chi poteva entrare in aeroporto, né come poter evacuare le persone. Passavano i giorni e N. mi ha scritto che i talebani erano arrivati nel loro quartiere». Un messaggio il cui tenore era all’incirca questo: «Sono arrivati e abbiamo paura. Ci dobbiamo nascondere ma non sappiamo cosa fare». «Ero sotto pressione – dichiara Filippo Rossi, nella cui voce si sente ancora l’agitazione di quei giorni –. Le cose si stavano facendo serie e da Roma non avevo nessuna notizia sulla loro evacuazione. Ad un certo punto N. mi ha informato che i talebani erano alla ricerca dei giornalisti: li cercavano nelle abitazioni. N. voleva sapere quando avrebbero potuto andare all’aeroporto, ma non ne avevo idea e allo scalo la gente accalcata creava sempre più scompiglio».

Voglio solo morire, mi uccideranno

A quel punto il messaggio più difficile da leggere per Filippo Rossi: «Voglio solo morire, mi uccideranno. A questo punto vado all’aeroporto. Non abbiamo nulla da perdere». Era venerdì: era passata quasi una settimana dall’ingresso dei talebani in città. «Le persone dell’ONG con cui ero in contatto ancora non avevano notizie da darmi», spiega Rossi. «Quindi ho deciso di prendere in mano le redini della situazione: sono riuscito a trovare il contatto del console italiano a Kabul che in quel momento si occupava delle evacuazioni per conto del Governo. Gli ho scritto su WhatsApp. Forse è un miracolo, ancora non me lo spiego, ma mi ha risposto nonostante tutti i messaggi che probabilmente riceveva in quei giorni. Gli ho spiegato chi fossi e qual era la situazione, dandogli i nominativi di N. e dei membri della sua famiglia. Loro, nel frattempo, si stavano recando in aeroporto».

Sono andati in aeroporto durante il momento di preghiera, per evitare di essere fermati dai talebani

Per Filippo Rossi, N. e la sua famiglia, ma probabilmente anche per il console italiano a Kabul, sono iniziate delle lunghe ore di scambi di messaggi, nel tentativo di identificare il luogo in cui si trovavano gli uni e gli altri. «Sono dovuti andare in aeroporto il venerdì, durante il momento dedicato alla preghiera, per evitare di essere fermati dai talebani lungo il tragitto», ci racconta il reporter ticinese. «Se fossero stati fermati, per loro il rischio era di essere aggrediti o che chiedessero loro migliaia di dollari per il passaggio. Alla fine sono arrivati davanti all’ingresso dell’aeroporto presidiato da soldati britannici e statunitensi. Dal console, intanto, ho ricevuto l’ordine di dire loro di restare lì ed aspettare».

Uno degli scatti inviati da N. a Filippo Rossi mentre si trovava nei pressi dell’aeroporto.
Uno degli scatti inviati da N. a Filippo Rossi mentre si trovava nei pressi dell’aeroporto.

N. e la sua famiglia hanno passato lì, in mezzo alla folla, tutta la notte tra venerdì e sabato, mentre Filippo Rossi era in contatto con il console e con N. per cercare di farli incontrare. «Lei mi mandava le foto di dove erano e io le inviavo al console. Ma erano al buio, non si capiva nulla. Alla fine li ho messi in contatto tra di loro e credo si siano parlati».

Uno degli scatti inviati da N. a Filippo Rossi.
Uno degli scatti inviati da N. a Filippo Rossi.
N. vedeva i militari italiani: le ho detto di urlare, di chiamarli e parlare italiano

Verso le 3 del mattino, un messaggio che riaccende la speranza: «N. mi ha scritto che vedeva i miliari italiani: le ho detto di urlare, di chiamarli, di parlare italiano, che l’avrebbero ascoltata. Ho scritto al console che lei li vedeva. Alla fine è intervenuto lui: ha visto le foto e una volta sul posto ha trovato N. portandola con sé». Alle 5 del mattino la tensione era alle stelle: N. era all’interno dell’aeroporto, ma la sua famiglia era ancora fuori. «Ho contattato di nuovo il console, supplicandolo di aiutare anche la sua famiglia, spiegando che erano tutti insieme sulla lista per l’evacuazione – afferma Filippo Rossi –. Non so cosa sia successo a quel punto, perché non ho avuto occasione di parlarne con N. dopo gli eventi, ma so che il console in persona è uscito in mezzo alla folla, scortato dai militari: ha preso in braccio la nipotina di N, di tre anni, e ha preso per mano il resto della sua famiglia portandola all’interno dell’aeroporto».

Siamo tutti dentro

Finalmente il messaggio che Filippo Rossi aspettava: «Siamo tutti dentro».

Uno degli scatti inviati da N. a Filippo Rossi.
Uno degli scatti inviati da N. a Filippo Rossi.

Sono rimasti tutti in aeroporto da sabato mattina a domenica notte, quando finalmente sono potuti salire a bordo di un aereo diretto a Islamabad, poi in Kuwait e infine a Roma, dove sono atterrati il 23 agosto, verso le 4 o le 5 del pomeriggio. Dopo i check-up medici, l’intera famiglia è stata attribuita a un centro a Piacenza o a Parma. «Hanno dormito in condizioni al limite dell’umano, sotto teli di plastica, al freddo e senza cibo», ci racconta il nostro interlocutore. Ora li aspetta un periodo di quarantena, dopo il quale probabilmente riusciranno a incontrare Filippo Rossi. «Da casa loro a Kabul hanno preso tutto quello che potevano portare con loro», dice. «E tutto quello che non hanno potuto portare via, lo hanno nascosto e messo al sicuro, nell’attesa di poter ritornare in patria», sperando che possa succedere presto e in completa sicurezza.

Quello che il futuro riserva loro, lo leggeremo nei libri di storia. La storia di questo conflitto, che dopo 20 anni, in questi giorni sta arrivando al suo apice, ma che appare – purtroppo – ancora lontano dall’essere concluso.

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