«Siamo tutti uguali in questo disastro»

Libano

Un ritratto di Beirut, la città che prova a rialzarsi dopo le due tremende esplosioni: «La gente è fuggita in montagna, ma c’è già chi torna a casa»

 «Siamo tutti uguali in questo disastro»
©AP Photo/Hussein Malla

«Siamo tutti uguali in questo disastro»

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«Non ci sono più né ricchi né poveri: a Beirut oggi siamo tutti uguali in questo disastro». La voce di René Abourosse è triste e ferma al tempo stesso. A 80 anni ne ha viste tante, troppe. Dall’alto della collina di Achrafieh – il quartiere residenziale a maggioranza cristiana devastato dall’esplosione a tre chilometri in linea d’aria dal porto – osserva i suoi concittadini che già si danno da fare nelle prime opere di riparazione dei terribili danni provocati dalla violenza del botto. «È saltato in aria tutto, di colpo: finestre e porte sono letteralmente esplose».

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Forza e rassegnazione si mescolano in un popolo – orribile da dire – abituato a ricostruire. Un popolo che non ha mai smesso di vivere e di sognare nemmeno nei lunghi anni di una guerra che aveva ridotto Beirut ad un cumulo di macerie. Rieccole, queste maledette macerie. Da Achrafieh si vede ancora del fumo salire dal luogo dell’esplosione. «L’esercito – continua René – ha spento velocemente l’incendio ma da qualche ora c’è nuovamente del fumo e nessuno per ora è intervenuto». Già, il porto. Era diventato il cuore pulsante della nuova Beirut. Negozi di lusso, alberghi esclusivi, appartamenti di altissimo standing. E bar, discoteche alla moda dove i giovani libanesi si ritrovavano per fare festa fino all’alba. Nonostante la crisi economica che sta strozzando il Paese, nonostante la pandemia di coronavirus.

Sembra di essere tornati indietro nel tempo

Fino a poco tempo fa, a poche centinaia di metri dal luogo dell’esplosione, c’era ancora il cratere causato dalla bomba che nel 2005 aveva ucciso l’ex primo ministro Rafik Hariri. Tutto intorno, in riva al mare sulla passeggiata de La Corniche, gli alberghi a cinque stelle sono stati praticamente spazzati via. «Sembra di essere tornati indietro nel tempo», commenta con un sospiro René. Ai libanesi non piace però parlare del passato, non amano rivivere quella guerra tanto lunga quanto assurda. Il Libano e Beirut volevano tornare ad essere la Svizzera del Medio Oriente, come ai tempi belli. Ed il centro storico era stato ricostruito prendendo ispirazione proprio dalla Beirut degli anni cinquanta e sessanta. Un centro storico in gran parte pedonale, un misto tra tradizione e modernità. Le stradine, i piccoli caffè dove gli anziani si ritrovano per chiacchierare e fumare il narghilè, il profumo dell’hummus, delle spezie, del pane appena sfornato. Non c’è più nulla, solo desolazione. Non un solo palazzo è rimasto intatto.

C’è chi sta già tornando in città, la gente non vuole lasciare case e appartamenti così, devastati

Tra il porto e Achrafieh c’è la Place des Martyres, diventata un simbolo durante la guerra del Libano. Dalla piazza partiva la linea di demarcazione che separava la capitale tra il 1975 e il 1990. Lì accanto c’è la Moschea Blu con la sua cupola alta quasi cinquanta metri e poco distanti le viuzze di Gemmayze, quartiere di artisti e piccoli negozietti di artigianato locale. È la Beirut dai mille volti, dai mille profumi e dai mille colori. Oggi ci sono solo polvere e lacrime, ma la gente non mollerà nemmeno stavolta. René sospira: «Sui mobili si deposita una specie di polvere nera, non so cosa sia esattamente. Respirare non è un problema, ma chi può sta scappando verso i villaggi di montagna. Ma c’è anche chi sta già tornando in città, la gente non vuole lasciare case e appartamenti così, devastati». Sui muri di alcune abitazioni i segni delle pallottole e dei missili ancora ricordano un passato non così lontano. E mentre gli altoparlanti chiamano i fedeli alla preghiera della sera, Beirut prova a ripartire.

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