Stato-mafia, la Procura generale cauta sulla Cassazione

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La pubblica accusa, che ha perso un processo stravinto dai colleghi del primo grado, frena circa i prossimi passi: vuole vedere prima come i giudici della corte d’assise presieduta da Angelo Pellino spiegheranno perché alla storia della trattativa tra lo Stato e la mafia proprio non hanno creduto

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Rifletteranno sul da farsi e, solo dopo aver letto le motivazioni della sentenza, decideranno se ricorrere in Cassazione. A 24 ore dalla débâcle, che avevano cercato di scongiurare infilando in un dibattimento monstre, durato cinque anni solo in primo grado, nuovi pentiti dalla dubbia crediblità e migliaia di pagine di documenti, la Procura generale ripete la formula di rito che ogni parte processuale pronuncia dopo la sconfitta. «Parlare di impugnazione ora sarebbe un passo in avanti assolutamente inopportuno», dice Anna Palma, avvocato generale che, da quando Roberto Scarpinato ha lasciato libera la poltrona della Procura generale, fa le funzioni del capo.

La pubblica accusa, che ha perso un processo stravinto dai colleghi del primo grado, è cauta. Vuole vedere come i giudici della corte d’assise presieduta da Angelo Pellino spiegheranno perché alla storia della trattativa tra lo Stato e la mafia proprio non hanno creduto. E perché, dunque, con un verdetto che ha spiazzato molti, hanno deciso di assolvere gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno e l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri dal reato di minaccia a corpo politico dello Stato. Una sentenza che alcuni definiscono «coraggiosa» che potrebbe riscrivere - il condizionale è d’obbligo in assenza di motivazioni - la storia processuale di una delle fasi più drammatiche della storia recente: quella delle stragi di mafia.

Da quanto si può capire dal dispositivo, per la Corte d’assise i carabinieri cercarono sì il dialogo con i mafiosi, ma per far cessare le stragi e non per veicolare alle istituzioni l’intimidazione di Cosa nostra. Ancor più netta la decisione su Dell’Utri che, secondo l’accusa, sarebbe subentrato nella seconda fase della trattativa e avrebbe fatto giungere il messaggio della mafia al governo Berlusconi. Secondo i giudici, l’ex senatore «non ha commesso il fatto».

Del reato sono stati ritenuti colpevoli invece i due boss imputati, lo stragista corleonese Leoluca Bagarella, e Nino Cinà, l’uomo che avrebbe recapitato il fantomatico papello, il pizzino con le richieste alle quali Totò Riina avrebbe subordinato la fine delle bombe.

La sentenza, giunta dopo anni di polemiche e clamore mediatico, suscita, come era inevitabile, reazioni molto diverse. Se il giurista Giovanni Fiandaca, autore insieme allo storico Salvatore Lupo di un libro che demoliva l’impianto accusatorio, rivendica il primato nella critica al processo - «aspetto di leggere le motivazioni della sentenza d’appello, ma è chiaro che almeno in due o tre punti fondamentali avevo ragione io», dice - il fratello del giudice Paolo Borsellino, Salvatore, va giù pesante contro la corte. «Ieri è stato il giorno dello sconforto - dice - oggi è il giorno della rabbia». «E’ lo scenario peggiore che potessi immaginare - sostiene - Per potere portare avanti quella scellerata trattativa, che ieri è stata dichiarata legittima, hanno spezzato la vita di Paolo e di tutta la sua scorta. Ma uno Stato che accetta di trattare con l’antistato non può essere considerato tale».

«Felice per chi ha vestito la divisa», si dice l’ex capo della Polizia, ora sottosegretario del Governo, Franco Gabrielli. «Per cultura e per mestiere aspetto di leggere le motivazioni, perché ovviamente la sentenza è una sentenza importante. Ovviamente non posso non essere felice, soprattutto per chi ha vestito una divisa», commenta. Soddisfatta Forza Italia che ha visto assolto uno dei suoi fondatori; molto critico nei confronti di certa magistratura il leader di Italia Viva, Matteo Renzi: «Ci sono stati magistrati che hanno fatto carriere politiche su quel processo. Il punto è che non si può accettare che o Travaglio ha ragione o siamo tutti mafiosi».

In silenzio restano proprio loro, i magistrati che alla tesi della trattativa hanno creduto tanto da tirarci su un processo. Dopo anni di esternazioni su un’indagine che avrebbe dovuto provare il tradimento di uomini dello Stato infedeli, oggi preferiscono tacere.

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