Tokyo 2020, dov’è finita l’allegria olimpica?

IL REPORTAGE

Domani pomeriggio verrà ufficialmente aperta la rassegna dai cinque cerchi, eppure in Giappone non si respira l’abituale aria di festa – La popolazione teme il virus, gli atleti si ritrovano in situazioni di disagio – E alcuni sponsor già prendono le distanze

Tokyo 2020, dov’è finita l’allegria olimpica?
© KEYSTONE (AP Photo/Matt Slocum)

Tokyo 2020, dov’è finita l’allegria olimpica?

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«Bene che vada, sarà una catastrofe». È uno dei tanti titoli apparsi sui giornali locali, in genere poco inclini al sensazionalismo, alla vigilia di quelle che rischiano di passare alla storia come le Olimpiadi più tristi - oltre che complicate - della storia. «Molti giapponesi non avevano condiviso l’insistenza con la quale l’ex premier Shinzo Abe aveva chiesto e ottenuto a suo tempo l’assegnazione - spiega Randy Taguchi, nota scrittrice, molto sensibile ai temi sociali - sostenendo che l’emergenza di Fukushima era finita, ma ora, con la pandemia ancora in corso, l’opposizione è diventata pressoché totale. Il nostro governo e il CIO debbono ringraziare il fatto che il nostro popolo è paziente e non scende in piazza. In qualsiasi altro Paese, in un a situazione del genere, ci sarebbe stata un’insurrezione».

C’è chi ha già lasciato la nave

Da qualsiasi parte la si veda, difficile trovare elementi a favore di un evento che nel migliore dei casi verrà ricordato come una scommessa azzardata, una decisione più arrogante che coraggiosa, frutto di interessi politici e finanziari, più che sportivi. Mai nella storia delle Olimpiadi moderne - che pure hanno vissuto momenti drammatici, come l’attacco terrorista a Monaco 1972 - era venuta a mancare quella atmosfera di allegria, di comunanza e solidarietà mutuata nel concetto stesso di «spirito olimpico». Nulla di più lontano dall’atmosfera che si respira oggi dentro e fuori il villaggio olimpico, con gli atleti sorvegliati a vista e minacciati, assieme a tutti gli altri addetti ai lavori, giornalisti compresi, di «deportazione immediata» in caso di violazione delle numerose, e a volte contraddittorie, regole. Una situazione senza precedenti, che rischia di travolgere l’immagine dell’intera organizzazione, già colpita da una serie di «infortuni». Dalle dimissioni dell’ex premier Mori, per i suoi commenti misogini, alle ultime, quelle del direttore d’orchestra Keigo Oyamada, in arte «Cornelius». Tra lo sconcerto dei numerosissimi fan ha dovuto confessare di essere stato, in gioventù, un sadico persecutore di disabili. Persino due degli sponsor istituzionali più importanti, la Toyota e il quotidiano «Asahi», hanno preso le distanze. L’«Asahi» ha ripetutamente chiesto nei suoi più recenti editoriali un atto di coraggio al CIO e al governo: «Cancellate immediatamente i Giochi», mentre la famosa casa automobilistica ha ritirato tutti i suoi spot televisivi. Solo dai media locali, però, vista l’immagine oramai negativa dei Giochi. Sui media internazionali ha deciso invece di mantenerli. Persino l’Imperatore, la cui presenza alla cerimonia di apertura è stata in forse fino all’ultimo, ha chiesto di rivedere (per la prima volta nella storia delle Olimpiadi moderne) la formula ufficiale, scolpita nella Carta olimpica, con la quale dovrà proclamare l’apertura dei Giochi. Un lungo negoziato con il CIO, fedele alla tradizione, secondo il quale la formula è intoccabile, ma che le autorità giapponesi sono riuscite in qualche modo a modificare, utilizzando al posto di «oiwai» («celebrare») il termine «kinen suru», più vicino al concetto di «commemorare», «ricordare», ma senza particolare spirito di festeggiamento.

Persino l’Imperatore ha chiesto di rivedere (per la prima volta nella storia delle Olimpiadi moderne) la formula ufficiale con la quale dovrà proclamare l’apertura dei Giochi

La COVID-19 e il sospetto

Da festeggiare, in effetti, c’è poco. Con la pandemia che continua a giocare a nascondino, il numero di contagi in costante aumento e comunque poco credibili dato il ridotto numero di tamponi giornalieri (massino 20 mila) e una serie di limitazioni non obbligatorie ma largamente (anche se sempre meno) rispettate dalla popolazione, gli ulteriori disagi - e i rischi - portati dalle Olimpiadi e dalla connessa «invasione» di gaijin (stranieri) provocano oltre che giustificata preoccupazione un sempre più crescente e malcelato fastidio. Con pericolose ricadute sulla popolazione residente straniera. Visto che i gaijin sono «pericolosi», anche quelli che vivono abitualmente in Giappone, magari da molti anni, finiscono per essere oggetti di sospetto e perfino discriminazione, con controlli mai visti sinora da parte della polizia e chiaro imbarazzo da parte degli esercenti dei locali pubblici. Anche perché in Giappone - dove la vaccinazione è molto in ritardo (appena il 20% della popolazione ha effettuato la doppia dose) - non esistono ancora strumenti come il green pass. A nessuno - neanche agli stranieri - può essere impedito di entrare in un locale pubblico, ma essere accolti con stupore, imbarazzo e a volte vero e proprio terrore non fa piacere e molti finiscono per rinunciare, disertando i locali e contribuendo all’intristimento generale di una metropoli nota fino a qualche tempo fa per la sua vita notturna scoppiettante e sicura.

Dal sogno all’incubo?

Stesso discorso per gli atleti. «Dicono che le Olimpiadi le fanno per noi, per darci la possibilità di coronare i nostri sogni, i lunghi anni di sacrifici e rinunce - confida un atleta italiano che vuole restare anonimo -, ma la realtà è che anche noi siamo tristi, preoccupati e stressati. A parte tutte le procedure di sicurezza cui siamo sottoposti, e che per certi versi sono comprensibili e sopportabili, giocare in uno stadio vuoto con tifo e applausi registrati non è certo piacevole. Io, personalmente, sarei tranquillamente restato a casa». Difficile sapere quanto questa posizione sia condivisa tra gli «abitanti» del villaggio olimpico, che a regime completo dovrebbe ospitare circa 11 mila persone (anche se le regole impongono agli atleti di restare solo per il tempo strettamente necessario: appena terminata la loro prestazione debbono rientrare in patria). Certo è che per chi ha vissuto l’atmosfera delle passate edizioni i Giochi di Tokyotraz, come qualcuno li ha definiti, saranno ricordati come un incubo. «Siamo controllati continuamente, dai nostri responsabili prima e poi dai funzionari olimpici - confida un altro atleta italiano -, sembra di essere in carcere. E di massima sicurezza». Come Alcatraz, appunto. Anche se a fronte del virus che è riuscito a entrare comunque, un atleta ugandese è riuscito a fuggire. Ha lasciato un biglietto, annunciando che intende chiedere asilo politico. Forse ha scelto il Paese sbagliato: il Giappone è tra i più restii a concedere l’asilo: nel 2020, su oltre 6.000 domande, solo 40 sono state accettate. La scoperta di alcuni atleti positivi, sin dai primi giorni, ha ulteriormente irrigidito le autorità, che dalle improbabili promesse di «rischio zero» sono passate a quelle del «rischio calcolato». Non senza evidenti contraddizioni: gli atleti positivi non vengono infatti isolati, ma lasciati all’interno della loro struttura, almeno sino a quando non sviluppano eventuali sintomi gravi. E la gestione di eventuali emergenze non è ancora stabilita: dopo che l’associazione nazionale dei medici e infermieri ha ribadito la propria indisponibilità a istituire una struttura all’interno del villaggio, non esistono, a pochi giorni dall’inaugurazione dei Giochi, procedure sicure e condivise. Le varie delegazioni sembrano essersi «arrangiate» portando i propri medici e altro personale specializzato, che tuttavia, in base alle leggi locali, non potrebbe prestare alcuna assistenza medica specifica.

La paura del cibo contaminato

Un po’ come avviene per il cibo. A fronte della maggior parte delle squadre, che si affida all’organizzazione locale (la qualità e la varietà del cibo, in Giappone, sono tra le migliori al mondo), ce ne sono alcune che si fidano solo dei propri chef e dei propri prodotti, per l’importazione dei quali - spesso sottoposta a limitazioni - le autorità hanno chiuso un occhio. Diverso, decisamente «politico», è il caso dei coreani (del Sud, il Nord ha già da tempo rinunciato a inviare la sua delegazione, per motivi sanitari): preoccupati di dover consumare prodotti contaminati di Fukushima (preoccupazione francamente pretestuosa), hanno preteso e ottenuto di organizzare un complicato servizio di catering esterno, offerto da una locale catena di ristoranti coreani. Suscitando, non senza ragione, la giusta indignazione degli ospiti giapponesi.

E non siamo che all’inizio.

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