Trattativa Stato-mafia: la lettura in chiave garantista della sentenza

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Per Salvatore Lupo, autore di un volume sulla storia della criminalità organizzata, la decisione è una lezione per i «forcaioli» dell’antimafia

Trattativa Stato-mafia: la lettura in chiave garantista della sentenza
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Non c’è più spazio per un’antimafia «forcaiola». Lo storico Salvatore Lupo legge in una chiave garantista la sentenza sulla trattativa tra Stato e mafia. E lo fa ripensando alla previsione, che chiude il suo saggio nel libro «La mafia non ha vinto» scritto con Giovanni Fiandaca, secondo cui alcuni opinionisti «continueranno imperterriti nella celebrazione dell’invincibilità della mafia».

C’è un altro modo di interpretare questa sentenza? «Una parte dell’opinione pubblica, che per semplificazione possiamo chiamare il partito dei PM, dovrà convenire sul fatto - sostiene Lupo - che si sta a fianco della magistratura sia quando condanna sia quando assolve. Questo non vuol dire essere d’accordo con ogni verdetto. Ma non si può neanche gridare che dietro le decisioni non condivise ci sia qualche trucco o qualche complotto».

Nel merito della sentenza aggiunge: «È vero che in prima istanza gli imputati erano stati condannati ma è anche vero che tanti procedimenti collegati avevano avuto altri esiti. E mi riferisco al processo a carico di Calogero Mannino e a quelli in cui era imputato Mario Mori (quasi sempre per gli stessi fatti), finiti tutti con l’assoluzione. Quindi questa sentenza non ci coglie di sorpresa. E non può essere considerata illogica. Più in generale va detto che non tutte le nostre istanze di giustizia morale possono passare per le aule dei tribunali. E questa è la questione dell’oggi. La questione della mafia stragista appartiene invece a un passato lontano: storie di trenta anni fa, la stessa distanza di tempo tra il fascismo e il ‘68. Molte cose sono intanto cambiate anche i metodi e i progetti criminali».

La «trattativa» comunque c’è stata: non lo dice solo la corte d’assise d’appello, ma gli stessi protagonisti. Solo che, alla luce della sentenza, quei contatti sono stati considerati «un’attività istituzionale e non un’attuazione di politiche criminali elaborate da Mori».

«E anche se questo fosse stato?», si chiede lo storico. «Per arrivare alle condanne - osserva Lupo autore anche di un volume sulla storia della mafia - bisognava accertare che i contenuti di queste politiche fossero illeciti. E nessuno lo ha mai dimostrato. Sappiamo invece che Riina attraverso Cinà chiedeva le cose illecite descritte nel papello. Ma nessun punto del papello è stato attuato»,

Quanto alla definizione di trattativa Lupo preferisce parlare di trattative (al plurale) intercorse tra gli organismi di sicurezza e gli intermediari per cercare di frenare i progetti dei criminali. Questo è, per lo storico, «il mestiere degli apparati di sicurezza».

C’è un’altra lezione che Lupo coglie nella sentenza: «L’antimafia non deve essere forcaiola. Deve evitare di ragionare per grandi aggregati entrando invece nel merito delle questioni. E deve capire che il nemico non si presenta più in maniera palese e che bisogna vivere nella legalità. Anche l’antimafia deve vivere nella legalità la quale prevede che qualcuno viene portato in tribunale per i reati che commette non perché è ‘cattivo’. Aggiungo che il carcere duro non è la soluzione di tutti i problemi. Serve una giustizia severa ma anche giusta. Lo richiede il garantismo vero non quello peloso».

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