Trieste, lacrimogeni e idranti per sgomberare il porto

Italia

La manifestazione dei portuali contro l’obbligatorietà del Green Pass si mischia a spinte indipendentiste mai sopite

Trieste, lacrimogeni e idranti per sgomberare il porto
© EPA/PAOLO GIOVANNINI

Trieste, lacrimogeni e idranti per sgomberare il porto

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Alle 7 del mattino al varco 4 di Trieste arriva il leader (dimissionario) della protesta, Stefano Puzzer. Assieme agli altri lavoratori portuali libera la postazione, vicino ai tornelli, da cui da venerdì scorso sono stati scanditi i tempi e i modi della protesta «No Green Pass» obbligatorio sul posto di lavoro. Poco dopo, dal porto escono i blindati della Polizia.

I manifestanti li aspettano seduti a terra, perché - cantano in coro - «la gente come noi non molla mai». Puzzer è seduto abbracciato «ai fratelli» portuali. Davanti a lui e ai manifestanti - donne e uomini di ogni età - c’è la polizia in tenuta antisommossa che chiede lo sgombero dell’area antistante il porto.

La resistenza contro il Green pass continua, vengono azionati gli idranti una prima volta. Durante la mattinata avverrà numerose altre volte. Ci sono momenti di tensione tra forze dell’ordine e manifestanti. A passo lento la Polizia, dopo aver aggirato il primo blocco di portuali, guadagna terreno. Infine vengono sparati lacrimogeni. E’ quasi ora di pranzo. C’è un fuggi fuggi generale, panico, dolore agli occhi. La polizia segue la folla che si allontana verso la strada principale, poi si ferma incerta. Finché in testa al corteo non arriva il leader, Puzzer. Si va verso piazza Unità: «vediamo se hanno il coraggio di caricarci anche là», dice il portuale. Il corteo, pacifico, percorre le strade della città per poi tornare di nuovo in piazza. Si chiede di stare seduti e tranquilli, perché non si ripetano le cariche. Il bilancio dei disordini del mattino al Porto, secondo la Questura, è di cinque persone denunciate, tre poliziotti feriti non in modo grave.

Nel pomeriggio la protesta continua. Alcuni manifestanti prendono di mira i giornalisti, durante due dirette con Rainews 24 e l’emittente locale Tele4. Volano insulti, «venduti», «vergogna», poi alcune telecamere vengono allontanate dalla piazza. Puzzer continua nel suo ruolo di mediatore. Sale in Prefettura, chiede un incontro con il Governo nell’arco di due-tre giorni. Ma al porto continuano le cariche delle forze dell’ordine. «Noi qui siamo oltre 5 mila - dice Puzzer - al porto 150 persone. Non li abbandoniamo, li faremo venire in piazza». I contestatari hanno chiesto un incontro con il Governo ed è quello l’obiettivo che si vuole raggiungere continuando a presidiare la piazza. Per la Questura sono circa 3000 i presenti. In zona Campi Elisi, vicino al porto per tutto il pomeriggio è guerriglia, cassonetti trascinati in strada, lancio di oggetti e ancora cariche. Sempre nel pomeriggio un boato si avverte proprio in quella zona, qualcuno pensa a un fumogeno, altri addirittura a una bomba carta, fumo bianco sale dalla strada. Mentre in centro si festeggia l’elezione del sindaco, Roberto Dipiazza, in vari punti della città risuonano echi di sirene.

Lontano dal frastuono, però, la situazione fa riflettere. La manifestazione dei portuali contro l’obbligatorietà del Green Pass sul posto di lavoro ha sancito per Trieste il titolo di capitale della protesta no vax o, più in generale, no Green Pass. È soltanto una ufficializzazione: nelle ultime settimane aveva già preso corpo in città un tenace schieramento di protesta - che a Trieste in particolare, trova terreno fertile anche in mai sopite spinte indipendentiste - e che ha esibito la sua forza in varie manifestazioni fino all’ultima protesta con 15mila persone. Stefano Puzzer ha saputo cavalcare questo malumore ma i No Green Pass stavano per scippargliela dalle mani, per numero di partecipanti e per capacità mediatica. Lui ha mostrato grande abilità nel mollare i portuali dimettendosi e nel mettersi alla testa dei manifestanti. E da Trieste, dopo aver occupato piazza Unità d’Italia, invitare tutti gli italiani che sono contro il Green Pass, a venire in città e a far sentire la loro voce.

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