«Trump bloccato sui social: giusto, ma pericoloso»

Il caso

Jack Dorsey, numero uno di Twitter, rompe il silenzio dopo la sospensione dell’account del presidente USA: «Un precedente pericoloso e un fallimento»

 «Trump bloccato sui social: giusto, ma pericoloso»
©AP Photo/Gerald Herbert

«Trump bloccato sui social: giusto, ma pericoloso»

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Il numero uno di Twitter rompe il silenzio sulla decisione di bandire il presidente in carica degli USA Donald Trump. Jack Dorsey difende la scelta «giusta» della società, ma mette in guardia: crea un precedente pericoloso, oltre a essere un «fallimento» del tentativo di creare un servizio in grado di favorire un confronto civile e salutare.

La tweetstorm di Dorsey - il primo amministratore delegato di Big Tech a uscire allo scoperto e spiegare la sua scelta - segue le critiche piovute sulla «troppo liberal» Silicon Valley, accusata di aver accumulato troppo potere e di mettere a repentaglio la libertà di espressione.

Nei giorni successivi all’assalto al Campidoglio, Big Tech si è infatti affrettata a bloccare Trump. Lo hanno fatto Facebook e Google. Lo ha fatto Snapchat, l’ultima in ordine temporale ad agire. E lo ha fatto anche Twitter, la piattaforma preferita del presidente, che vantava 88 milioni di follower.

«Ritengo che lo stop fosse la decisione giusta per Twitter», ha detto Dorsey che, secondo indiscrezioni, si è video collegato con la società dalla Polinesia francese, dove era in vacanza, per prendere la decisione. «Ma non festeggio e non sono orgoglioso del nostro divieto a @realDonaldTrump, o di come ci siamo arrivati», ha spiegato ancora, precisando che la scelta è stata fatta sulla base delle «circostanze senza precedenti che ci hanno costretto a concentrare le nostre azioni sulla sicurezza pubblica».

Detto questo, ha continuato Dorsey, la decisione di sospendere gli account «ha ramificazioni reali e significative. Anche se ci sono chiaramente eccezioni, ritengo che lo stop sia un fallimento» nell’obiettivo di «promuovere una conversazione salutare».

Questo tipo di decisioni, ha infatti ammesso il numero uno di Twitter, «frammentano la conversazione pubblica. Ci dividono e fissano un precedente che ritengo pericoloso: il potere che un singolo o una società ha su una parte della conversazione pubblica globale».

Finora questo potere è stato bilanciato dal fatto che «chi non è d’accordo con le nostre regole e su come le attuiamo» ha avuto la possibilità di spostarsi su un altro servizio. La scorsa settimana però molti altri provider «hanno deciso di non ospitare più quello che ritenevano un pericolo». Pur non ritenendo che si sia trattato di «un’azione coordinata», Dorsey ha constatato che «in un momento come quello attuale» la dinamica che si è verificata può essere spiegabile. Ma, ha avvertito, «nel lungo termine può essere distruttiva per il nobile proposito e per gli ideali di un internet aperto».

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