Tutti appoggiano Draghi, ma i paletti restano molti

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Dopo il Partito democratico (Pd) e Italia Viva (Iv), anche Forza Italia (Fi) dice sì a un esecutivo guidato dall’ex banchiere centrale

Tutti appoggiano Draghi, ma i paletti restano molti
© AP/Alessandra Tarantino

Tutti appoggiano Draghi, ma i paletti restano molti

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La strada per un governo Draghi si fa meno stretta. Dopo il Partito democratico (Pd) e Italia Viva (Iv), anche Forza Italia (Fi) dice sì a un esecutivo guidato dall’ex banchiere centrale. Apre il Movimento 5 Stelle (M5S) e anche una parte della Lega vorrebbe appoggiarlo.

Una spinta la dà anche Giuseppe Conte, che non ci sta a essere considerato «un sabotatore» e tantomeno un «ostacolo» al nuovo esecutivo. E il Colle apprezza e registra un moderato ottimismo sulla possibilità di una soluzione della crisi. Segnali che la Borsa festeggia e anche lo spread: scende sotto quota 100, un record che non si vedeva dalla fine del 2015.

Si avviano le consultazioni a Montecitorio dove sfilano per primi i partiti più piccoli, tutti all’unanimità pro Draghi, anche quelli che orbitano nel centrodestra. Gli alleati Matteo Salvini (Lega), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) e Silvio Berlusconi (Forza Italia) questa volta si presenteranno divisi, così ognuno - è la sintesi del segretario leghista - avrà modo di dire «liberamente quello che ha in testa».

Dal Cavaliere, alla guida della delegazione azzurra che incontrerà il premier incaricato, arriva un vero e proprio endorsement: Draghi è una personalità di «altro profilo» e la scelta del preisdete della Repubblica Sergio Mattarella va nella direzione «da noi indicata», dice parlando con i suoi.

A leggere le dichiarazioni, le ricette proposte dai partiti sembrano però tutte diverse e non solo nel centrodestra. I 5s hanno il «dovere» di sedersi al tavolo, avverte Luigi Di Maio invitando le truppe a mostrare «maturità». L’invito ad aprire a Mario Draghi arriva anche dalla sindaca di Roma Virginia Raggi, convinta che «dal Recovery alla burocrazia si possa fare molto». Passi avanti verso il dialogo dunque, ma il nuovo esecutivo dovrà fare spazio alla politica, insiste il Movimento.

Il Pd invece non si stanca di ripetere di volere una «maggioranza larga e europeista». Che potrebbe includere dunque Forza Italia ma farebbe più fatica a digerire la Lega. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti in direzione parla di un necessario allargamento in Parlamento alle forze «moderate, liberali, socialiste». I sovranisti non rientrano nel perimetro.

Ma il ragionamento non preclude l’ipotesi di un esecutivo sostenuto anche dalla Lega, spiega più tardi sempre Zingaretti: la chiara vocazione europeista» rende il Pd e il partito di Salvini «alternativi» ma «spetta al professor Draghi costruire il perimetro della maggioranza». E Draghi nel suo discorso al Colle ha detto di guardare all’unità delle forze politiche e quindi anche al partito guidato da Salvini.

La Lega, che pure riunisce la segreteria, non ha maturato intanto una linea unitaria al suo interno. Mentre il vicesegretario Giancarlo Giorgetti definisce Draghi un «fuoriclasse che non può stare in panchina» il leader continua a oscillare fra posizioni più aperturiste e scelte di chiusura. Intanto prova la carta della minaccia: o noi o i cinquestelle. Draghi dovrà scegliere, dice Salvini.

Il premier incaricato ascolta, prende appunti. Il Quirinale non ha posto paletti temporali: ci sarà infatti, come riferisce il presidente di Noi con l’Italia Maurizio Lupi, un secondo giro di consultazioni. Il primo round terminerà sabato, gli ultimi ad essere ricevuti saranno i 5S.

Intanto si delinea un primo abbozzo del programma dell’ex presidente della Banca centrale europea: il Recovery Plan non può essere sprecato - è la convinzione ribadita nei colloqui - e i fondi vanno «usati con saggezza e intelligenza». Quello che davvero servirà poi è «ristorare» le categorie più colpite dalla pandemia ma soprattutto procedere sul piano degli investimenti.

Dopo qualche giorno passato in silenzio, parla anche il premier uscente. Sceglie di dichiarare fuori da Palazzo Chigi, con tanto di tavolino allestito a uso dei media. Chiarisce di non lavorare per portare fuori rotta il governo Draghi e annuncia di non voler uscire dalla scena politica. Si rivolge direttamente al Movimento: «io ci sono e ci sarò», dice.

E poi guarda al Pd e a Liberi e Uguali (LeU), invitandoli a non disperdere il patrimonio di un’alleanza «per lo sviluppo sostenibile. Un progetto forte e concreto». C’è chi legge queste parole come una discesa in campo.

Luigi Di Maio subito dopo parla di «riconoscenza» nei suoi confronti dei 5S che continueranno a «essere protagonisti anche grazie a lui».

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