Un mandato all’ONU per agire in Afghanistan

G20

È la prima risposta multilaterale alla crisi scoppiata dopo la presa di Kabul da parte dei talebani – I nodi emergono sulle richieste al governo dei mullah, come pure vanno affrontati la lotta al terrorismo, la tutela dei diritti e l’ondata di profughi

Un mandato all’ONU per agire in Afghanistan
© KEYSTONE (EPA/Riccardo Antimiani)

Un mandato all’ONU per agire in Afghanistan

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«Un mandato alle Nazioni Unite per il coordinamento della risposta e per agire anche direttamente». Al G20 straordinario sull’Afghanistan, il premier italiano Mario Draghi lancia quella che definisce «la prima risposta multilaterale alla crisi» scoppiata dopo la presa di Kabul da parte dei talebani. Un impegno comune dei Grandi della terra, a partire dalla «consapevolezza che l’emergenza umanitaria è gravissima».

Una prima promessa concreta giunge dall’UE, rappresentata al summit dai suoi vertici politici, Charles Michel e Ursula von der Leyen, con la messa in campo di un miliardo di euro di aiuti alla popolazione afghana. «Dobbiamo fare tutto il possibile per evitare un grave collasso umanitario e socio-economico», e «dobbiamo farlo in fretta», ha detto la presidente della Commissione.

Lo stanziamento prevede altri 250 milioni di euro, oltre ai 300 milioni già impegnati, mentre il resto delle risorse verrà destinato ai Paesi vicini per affrontare l’emergenza migratoria. «Il popolo afghano non deve pagare il prezzo delle azioni dei talebani», ha spiegato von der Leyen. L’obiettivo è far arrivare gli aiuti direttamente alla popolazione attraverso le ONG, evitando di passare dai talebani. Un impegno assicurato anche dal presidente USA Joe Biden, che ribadisce anche la volontà di promuovere i diritti umani per tutti, a partire dalle categorie più fragili come donne e minoranze.

Il vertice in videoconferenza - allargato a Paesi Bassi, Spagna, Singapore e Qatar, oltre che a diverse organizzazioni internazionali, tra cui Nazioni Unite, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale - è stato «soddisfacente e fruttuoso», ha detto Draghi, sottolineando la «convergenza di vedute sulla necessità di affrontare l’emergenza umanitaria», nonostante le defezioni dei presidenti di Cina e Russia, Xi Jinping e Vladimir Putin, che hanno delegato i loro ministri e rappresentanti regionali, mentre la prossima settimana a Mosca è fissato un summit sulla crisi cui sono invitati i talebani. «Che io sappia», la loro assenza «non era dovuta a motivi particolari di politica estera», ha commentato il premier italiano, sottolineando tuttavia che sarà «essenziale che Russia e Cina partecipino al G20» in presenza a Roma il 30-31 ottobre.

Ma se sull’urgenza degli aiuti e della ripresa di «corridoi umanitari» con il rigido inverno afghano alle porte sono tutti d’accordo, i nodi emergono sulle richieste al governo dei mullah. Il G20 dovrebbe agire «sulla base del rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale dell’Afghanistan» e non «imporre la propria ideologia agli altri», ha avvertito il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, secondo cui i Paesi che ancora impongono sanzioni unilaterali «dovrebbero revocarle il prima possibile».

Altra questione aperta è la lotta al terrorismo, da affrontare, ha detto il premier, sradicando il traffico di stupefacenti come fonte di finanziamento, mentre ancora oggi è stato ucciso un attivista della società civile a Jalalabad, roccaforte dell’ISIS-K.

Al centro del vertice anche la tutela dei diritti, che nel documento finale di sintesi compare in cima alla lista dei principi condivisi. «È stato toccato da tutti il problema dei diritti delle donne, di garantire loro il diritto all’istruzione e di non tornare indietro di 20 anni», ha spiegato Draghi. «Affrontare la crisi umanitaria richiederà contatti con i talebani, ma questo non significa un loro riconoscimento». Del resto, già oggi i rappresentanti di UE e USA hanno già tenuto nuovi colloqui diretti con i mullah a Doha.

Altro tema in cima all’agenda è il rischio di un’ondata di profughi, su cui il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha avvertito che il suo Paese «non può permettersi un nuovo flusso di migranti»: se dovesse accadere, «ne sarebbero colpiti anche i Paesi europei». Un appello al coordinamento che Draghi ha definito «interessante», ma su cui non c’è ancora un accordo in seno al G20.

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