«Un piano Marshall verde per l’UE»

L’intervista

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen rilancia sul Green Deal e parla di «opportunità economiche gigantesche» per l’Europa

«Un piano Marshall verde per l’UE»
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La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in un’intervista in esclusiva all’ANSA, rilancia sul Green Deal e indica NextGenerationEU come un vero e proprio «piano Marshall verde», dalle «opportunità economiche gigantesche».

«Ogni giorno constatiamo che i cambiamenti climatici sono una minaccia per la natura» afferma von der Leyen. «A questo proposito esprimo la mia solidarietà alla Sardegna, per gli incendi boschivi di un’entità mai vista prima. Con NextGenerationEU investiamo nella natura e nel futuro della nostra economia. Oltre 500 miliardi di euro andranno a progetti verdi e digitali in tutta Europa. E a questo importo vanno poi aggiunti quelli nazionali e privati. È un autentico piano Marshall verde, che farà sorgere nuovi mercati e spalancherà opportunità economiche gigantesche per Italia e Europa. I nostri figli potranno trovare lavoro di qualità, ben retribuito, in una misura oggi inimmaginabile».

Ritiene che l’esclusione degli investimenti verdi dal Patto di stabilità e crescita (quando tornerà in vigore) potrebbe incentivare le economie UE nella transizione green? È possibile arrivarci?

«Abbiamo intenzione di rilanciare il dibattito pubblico sul quadro di governance economica in autunno. Già nel febbraio 2020, quando avviammo una riflessione sul futuro del Patto di stabilità e crescita, una delle questioni sul tavolo riguardava il modo in cui promuovere gli investimenti pubblici verdi. Si tratta di un elemento essenziale per raggiungere i nostri obiettivi sul clima. Con la pandemia il dibattito è stato sospeso, ma è evidente che lo sforzo per arrivare alla neutralità climatica richiede un impegno corale. E ci sarà bisogno anche di un pieno coinvolgimento del settore finanziario. Ecco perché intendiamo fornire i giusti incentivi al settore privato, stimolare gli investimenti - ad esempio con obbligazioni verdi - e aiutare il settore finanziario a diventare più sostenibile».

Le reazioni nell’UE sul recente pacchetto Fit for 55 hanno evidenziato nuovamente profonde differenze tra Est e Ovest. In che modo pensa di appianare i contrasti?

«In realtà ho l’impressione che sull’azione per il clima le posizioni dei Paesi dell’Europa orientale e occidentale si stiano sempre più avvicinando. Tutti gli europei comprendono la necessità di agire. Ecco perché tutti i 27 Stati e il Parlamento europeo hanno concordato con i nostri obiettivi climatici per il 2030 e il 2050. Sono obiettivi vincolanti. Ognuno è chiamato a fare la propria parte e tutti possono beneficiare del Green Deal. Abbiamo proposto un Fondo sociale per il clima, che sosterrà i cittadini dell’UE più colpiti o a rischio di povertà energetica garantendo che la transizione sia equa e non lasci indietro nessuno. Disporremo di oltre 72 miliardi per aiutare le famiglie a basso reddito a ristrutturare le loro abitazioni. E dove necessario il Fondo potrebbe assicurare un sostegno al reddito. La rivoluzione climatica avrà successo solo se combineremo i meccanismi dell’economia di mercato col giusto equilibrio sociale».

L’imposizione di dazi sulle emissioni di carbonio sembra uno dei punti più controversi del pacchetto Fit for 55. Considerando anche che alcuni Paesi terzi potrebbero decidere di contestare l’UE all’Organizzazione mondiale del commercio, come convincerà gli interlocutori?

«Garantiremo che il meccanismo sia compatibile con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio. Se vogliamo fermare il riscaldamento globale, dobbiamo ridurre le emissioni di CO2 ovunque. Di conseguenza bisogna che il carbonio abbia un prezzo ovunque. L’industria europea e molte imprese italiane stanno facendo ingenti investimenti in tecnologie rispettose del clima. Non sarebbe giusto se concorrenti di Paesi terzi minassero tali sforzi invadendo il mercato UE con prodotti a basso costo e alta intensità di carbonio. Le imprese dei Paesi terzi potranno continuare ad esportare verso l’Unione, ma dovranno pagare un prezzo per il carbonio portato in Europa. Se invece i produttori di altri Paesi entreranno nel nostro mercato con prodotti puliti, non pagheranno. Considero il meccanismo di adeguamento alle frontiere un invito ai Paesi terzi a fissare a loro volta un prezzo per il carbonio e investire in una produzione rispettosa del clima. L’obiettivo è che col tempo anche il resto del mondo vada verso una riduzione delle emissioni di CO2».

È delusa dal fatto che Cina e India non si siano pienamente impegnate a favore dell’azione per il clima al G20 di Napoli?

«Un cambiamento è urgente e necessario. Ma dobbiamo anche tenere conto di tutto quello che abbiamo realizzato negli ultimi due anni. Ora gli Stati Uniti si sono nuovamente allineati con noi. Negli ultimi mesi molti Paesi industrializzati importanti si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica, fissando date concrete. Imprese di rilevanza mondiale hanno annunciato miliardi di investimenti in produzioni rispettosi del clima. Tutto ciò va nella giusta direzione. Ma dobbiamo continuare ad agire con decisione. L’accordo di Parigi è la nostra bussola. Gli obiettivi climatici sono un’ottima cosa, ma ora servono misure concrete per attuarli. Al vertice di ottobre, quando i leader del G20 si riuniranno di nuovo, avremo un’ulteriore opportunità per portare avanti un’azione collettiva. Potete contare sul mio impegno».

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