Vietato l’ingresso, ma la politica non mancherà

TOKYO 2020

Il CIO ha concesso un’apertura ai messaggi degli atleti – Non sono permessi durante le gare, sui podi o durante gli inni – Ci sono comunque alcuni temi e alcuni sportivi da tenere d’occhio

Vietato l’ingresso, ma la politica non mancherà
© KEYSTONE (AP Photo/Kiichiro Sato)

Vietato l’ingresso, ma la politica non mancherà

© KEYSTONE (AP Photo/Kiichiro Sato)

Tokyo 2020 come Messico 1968 e forse anche di più, se si considera la tecnologia a disposizione. Dai Giochi di Rio l’attivismo politico degli sportivi professionisti è aumentato esponenzialmente e in Giappone l’assenza di pubblico sulle tribune potrebbe addirittura dare ancora più forza ai loro messaggi e gesti. Ma quali sono le situazioni che il CIO tiene maggiormente sotto osservazione?

Gesti vietati

Lo scorso aprile da Losanna era arrivata un’indicazione chiarissima: a Tokyo non sarebbero stati permessi gesti e in generale proteste di alcun tipo da parte degli atleti, sia durante le gare sia in sede di premiazione. Il pugno di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri di Città del Messico sarebbe dovuto rimanere un ricordo, questo il confine invalicabile. Il Comitato Olimpico Internazionale, interpellato da atleti «aperturisti», si era limitato a non cambiare la regola 50 della Carta olimpica, che ha appunto lo scopo di prevenire una deriva di messaggi non proprio condivisi. Se tutti, almeno a parole, sono a favore della pace e contro il razzismo, cosa accadrebbe per altri temi?

Inginocchiamento

Nel corso delle settimane il CIO ha fatto una mezza marcia indietro, quindi i tanti dibattiti sugli inginocchiamenti prepartita letti e ascoltati per gli Europei di calcio riguarderanno anche i Giochi. Adesso fra le proibizioni del CIO non rientrano i gesti prima e dopo gli eventi, ma soltanto quelli «durante» oltre che in occasione delle premiazioni. Questa l’acrobatica spiegazione del presidente Thomas Bach, come se fosse possibile fare politica mentre si corre o si salta. Del resto già in occasione delle prime partite del torneo di calcio femminile si sono visti inginocchiamenti. Prima di Gran Bretagna-Cile e di Stati Uniti-Svezia, ad esempio. In altre parole, secondo Bach tutto ciò che accade prima del fischio di inizio non farebbe parte dell’evento.

Caso Osaka

Uno dei personaggi simbolo di questi Giochi è Naomi Osaka, prima ancora che scenda in campo. Su di lei la pressione di tutto il Giappone, o meglio di quella minoritaria parte di Giappone che non vorrebbe cancellare la manifestazione. La tennista vincitrice di quattro tornei dello Slam, figlia di una giapponese e di un haitiano, dall’anno scorso è diventata quasi un’attivista di Black Lives Matter ed è difficile che si astenga da gesti politici, visto che dallo scorso Roland Garros non parla con i giornalisti, sembra stanca del tennis e non vuole più limitarsi a essere un’icona di marketing. Se alzasse il pugno sul probabile (è numero 2 del mondo e il cemento è la sua superficie preferita) podio che cosa le potrebbero fare? Certo tutto ciò che fa la Osaka in Giappone viene analizzato nel dettaglio, come se dovesse sempre dimostrare qualcosa, avendo lasciato il Paese a tre anni (certo non di sua volontà) e non parlando la lingua, anche se un po’ la capisce.

Americani

Non è un caso che molti probabili messaggi politici lanciati dal palcoscenico olimpico arrivino da atleti statunitensi (la stessa Osaka per cultura è americanissima), soprattutto da chi è un professionista senza aiuti di Stato e quindi non può essere zittito con la revoca di uno stipendio. Facile prevedere l’inginocchiamento della nazionale di pallacanestro, totalmente composta da afroamericani e da non definire Dream Team per rispetto nei confronti di Jordan, Magic Johnson e Bird. Troppo importante e carica di simboli l’atletica perché Allyson Felix, alla sua quinta Olimpiade, si limiti a parlare dei 400 metri, troppo olimpica la ginnastica perché al netto del discorso COVID, che ha toccato una sua compagna di squadra, Simone Biles esca di scena senza parlare di abusi sessuali subiti da lei e centinaia di altre ex bambine. Non è quindi una questione soltanto razziale, visto che Megan Rapinoe, dal suo coming out del 2012, e le ragazze del calcio sono diventate nel tempo riferimenti del mondo LGBTQ+.

Soluzione

In definitiva la strategia del CIO di Bach sembra essere di puro contenimento, delegando la parte del cattivo alle singole federazioni. Che hanno linee molto diverse: la FIFA di Infantino e l’atletica di Coe cercano di proibire il meno possibile, mentre la FINA del kuwaitiano Al Musallam non vuole vedere a bordo vasca nemmeno il più piccolo accenno di messaggi extranuoto. Come ha dovuto ammettere Bach, «in questa materia una soluzione che vada bene a tutti non esiste».

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