Weinstein torna a Los Angeles, ma in manette

#METOO

L’ex produttore sta già scontando una condanna a 23 anni di reclusione a New York – 140 anni in un carcere statale della California è quanto lo aspetta in caso di condanna a L.A.

Weinstein torna a Los Angeles, ma in manette
© AP Photo/Mark Lennihan

Weinstein torna a Los Angeles, ma in manette

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Harvey Weinstein è tornato a Los Angeles ma i fasti dell’epoca d’oro della sua carriera di produttore, quando a Hollywood faceva il bello e il cattivo tempo, sono lontani mille miglia. L’ex boss di Miramax, estradato in California dove lo aspetta un nuovo processo per stupri, ha passato la notte in prigione.

Undici le imputazioni nei suoi confronti: quattro per stupro forzato, quattro per copulazione forzata orale, due per aggressione sessuale con l’uso della forza e uno per penetrazione sessuale violenta. Le accuse si riferiscono a episodi che sarebbero avvenuti tra 2004 e 2013 e che Weinstein ha sempre negato: «Ogni incontro sessuale con le donne che lo accusano - ha dichiarato la sua portavoce Juda Engelmayer - è stato consensuale».

L’ex produttore sta già scontando una condanna a 23 anni di reclusione a New York. 140 anni in una prigione statale della California è quanto lo aspetta in caso di condanna a Los Angeles. I legali di Weinstein si erano invano battuti per mesi per evitare l’estradizione adducendo ragioni di salute. Il nuovo processo potrebbe tenersi da qui a quattro mesi, nel quarto anniversario di quando, nell’ottobre 2017, inchieste parallele del «New York Times» e del «New Yorker» portarono a galla accuse di decine di donne sulla base della quale dilagò in tutto il mondo il movimento #MeToo.

Da allora la consapevolezza di una cultura in cui le donne rischiano violenze e stupri da parte di potenti non solo nel mondo dell’entertainment è cresciuta a livello globale, ma allo stesso tempo il movimento #MeToo scricchiola. L’ultimo schiaffo è venuto dal tribunale di Filadelfia che a fine giugno ha rimesso in libertà per vizio di forma il comico Bill Cosby mentre l’attore James Franco, accusato da due allieve della sua scuola di recitazione, ha finito per patteggiare per evitare il processo.

Non è solo un problema in casi che coinvolgono ricchi e famosi: a New York - ha rivelato lo scorso fine settimana un’inchiesta del «New York Times» - le procure hanno respinto più casi di reati di sesso nel 2019 di quanto non avessero fatto un decennio prima, prima cioè di quando il caso Weinstein cominciò a scuotere la coscienza collettiva. Sempre nel 2019, l’ufficio del district attorney di Manhattan ha lasciato cadere il 49 per cento delle accuse. E anche quando si arriva al processo, le condanne sono più rare rispetto ad altri reati violenti: il 44% a Manhattan nel 2019 rispetto al 79% per l’assassinio di primo grado.

«Spesso - ha osservato Carl Bornstein, un ex magistrato che insegna al John Jay College of Criminal Justice - è un problema di mancanza di testimoni, che rende difficile convincere all’unanimità una giuria di 12 persone». Ma in molti casi sono gli stessi procuratori a decidere per il non luogo a procedere: «Non prendono lo stupro sul serio», ha detto Jane Manning, lei stessa ex prosecutor e oggi alla testa del Women’s Equal Justice Project.

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