LE AUTO CHE HANNO FATTO LA STORIA

Mini station-wagon,
tanto spazio e stile

Mini station-wagon, <br />tanto spazio e stile

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Le Mini station-wagon hanno completato la gamma della supercompatta vettura inglese. Viste come una variante più raffinata e “aristocratica” della berlina due porte dal loro esordio nei primi anni Sessanta fino ai giorni nostri, realizzate sul pianale allungato della Mini “originale” e spesso vivamente criticate se non detestate dai puristi, le giardinette che negli anni si sono avvicendate a fianco della berlina meritano un’attenzione particolare.

Austin e Morris crearono nel 1960 la Mini Van, molto spartana, per soddisfare le esigenze più concrete di operai e artigiani, facendo seguire nello stesso anno le Austin Seven Countryman e le Morris Mini Traveller per rispondere alle richieste di un pubblico che non usava l’utilitaria (d’allora) solo in città ma anche per le gite nel weekend. La clientela era del resto molto eterogenea e variava dalle signore impegnate nello shopping ai giovani che potevano contare su un prodotto pratico e al passo con i tempi, senza dimenticare appunto la “middle class” e qualche benestante che prediligeva queste “familiari” per la loro polivalenza e versatilità, potendoci caricare senza problemi gli oggetti dell’hobby, gli attrezzi sportivi o farci salire comodamente il cane per passeggiate fuori porta e oltre.

Vero è che il look simpatico, impreziosito a seconda delle versioni dagli inserti esterni in legno (vero o presunto) avevano reso questi modelli degli autentici status-symbol, poi ulteriormente diffusisi in Europa quando il gruppo che la produceva all’epoca, la BMC, siglò un accordo con l’Innocenti che permise di costruire le Mini a una mezz’ora d’auto da Chiasso e di amplificarne quindi il successo in un’Italia in pieno boom economico, come pure in altri Paesi vicini.
Il passo allungato di 11 cm assicura una notevole abitabilità, essere corta 3,3 metri ha i suoi vantaggi, mentre le ampie superfici vetrate rendono ancor più luminoso l’abitacolo.

Mini station-wagon, <br />tanto spazio e stile

Non puntando troppo sullo spazio, i dirigenti BMC privilegiarono le dotazioni e fu per questo che si adottarono tappeti sul pavimento, il soffitto rivestito, i finestrini laterali posteriori scorrevoli e le finiture decisamente migliorate. La scelta dei finestrini apribili migliorava del resto un difetto piuttosto sentito sulla berlina come l’assai scarsa ventilazione degli interni.
Ma sono soprattutto le modanature in legno delle giardinette Mini d’inizio produzione a far entrare nella memoria collettiva queste vetture, ma secondo molti – tra cui lo stesso Alec Issigonis che ideò la Mini “vera” – i designer si lasciarono troppo... prendere la mano, con il risultato che questi elementi decorativi senza funzione d’irrigidimento (come capitava invece su altre vetture) venivano più criticati che lodati.
Inoltre, sui modelli prodotti fino all’inizio del nuovo millennio le varianti in legno appesantivano notevolmente il veicolo, determinando di riflesso un decadimento marcato delle prestazioni. E se la velocità massima resta più o meno invariata (attorno ai 110 km/h), a soffrire è l’accelerazione, mortificata da tale zavorra. Del resto all’esordio era azionata da un motore di soli 848 centimetri cubici erogante 34,5 CV, per cui ogni chilo in più aveva il suo influsso sulle performance.
Il modello aveva in ogni caso tanti pregi, come il pratico portellone suddiviso in due sezioni e con l’apertura “a battente”, oppure il piano di carico piuttosto basso che facilitava le operazioni di stivaggio per pacchi, borsoni e valigie. Le critiche, anche severe, contro le modanature in legno inducono la fabbrica a proporre versioni solo in lamiera, che diventando meno costose di listino e un filino più brillanti, incontrano subito i favori del pubblico.

A metà anni Sessanta la BMC propone le “station-wagon” anche con il cambio automatico (in alternativa a quello manuale a 4 marce), ma senza ottenere particolari consensi e l’arrivo della nuova generazione nel 1967 non le porterà ad avere modifiche rivoluzionarie fino a fine decennio, quando infatti arrivano in listino le Mini Clubman, con il look (e soprattutto il frontale) rifatto da un progettista ex Ford, Roy Haynes, che farà tanto discutere. Più squadrata, ma fondamentalmente immutata nel concetto di base, la Mini “polivalente”. Inoltre, il propulsore da un litro che aveva fatto il suo debutto qualche tempo prima, assicura prestazioni migliori pur avendo solo una manciata di cavalli in più. La gamma sarà ampliata a metà anni Settanta da un motore di 1,1 litri (e il mille resta sulle automatiche), prima di subire qualche anno dopo un restyling che propone il muso con fregi e mascherina diversi, la strumentazione arricchita e qualche modifica per i loghi e le targhette identificative. Così aggiornata, questa Mini cambia talvolta denominazione a seconda del mercato, diventando più nota come Clubman Estate e restando in produzione fino al 1982 con poche modifiche estetiche e (soprattutto) meccaniche; queste ultime hanno consentito al motore di 988 cc di sfoderare 41 CV e toccare i 130 orari a fine carriera.
Countryman e Clubman, le versioni più “abitabili” della Mini, torneranno in listino a seguito del passaggio del nome Mini (divenuto marchio) in mani tedesche qualche decennio dopo, nel 1994, ma questa è un’altra storia.

Mini station-wagon, <br />tanto spazio e stile
La scheda della Austin Morris Mini Clubman Estate (1980)

Cilindrata: 988 cc
Potenza e coppia: 41 CV, 69 Nm
Velocità massima: 130 km/h
Accelerazione 0-100 km/h: n.d.
Consumo: 7,3 l/100 km
Massa a vuoto: 685 kg

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