Storie di paese

«Avevamo una stele vecchia di 2.500 anni in giardino»

L’importante reperto è stato trovato per caso nel 1984 a Mezzovico-Vira - Ora è conservato in un deposito
La stele funeraria rinvenuta presso l’ex Ristorante della Palazzina è lunga 2,75 metri, larga circa 0,30, 0,42 lo spessore massimo (foto Reguzzi).
Romina Borla
14.03.2019 06:00

Continuiamo coi racconti delle periferie del cantone attraverso le vicende di persone, luoghi e in questo caso oggetti speciali. Dopo la storia del Castello Marcacci a Brione Verzasca (leggi edizione del 2 marzo), percorriamo l’antica val Carvina – l’attuale alta valle del Vedeggio, che comprende i comuni di Monteceneri, Mezzovico-Vira e Isone – fermandoci proprio a metà, dove qualche decennio fa è successo qualcosa di veramente speciale.

A volte accadono piccoli miracoli. Quello che vi raccontiamo oggi, a dir la verità, non è nemmeno tanto piccolo. Misura ben 2,75 metri in altezza ed è conservato in un deposito della Protezione civile Locarno e Vallemaggia dal dicembre del 2015, in attesa di una collocazione che lo renda di nuovo accessibile al pubblico. Si tratta di una stele funeraria in gneiss granitico con iscrizioni antiche di 2.500 anni, trovata casualmente nel 1984 a Mezzovico-Vira, appunto, durante gli scavi per i lavori di ampliamento dell’allora Ristorante La Palazzina, uno storico punto di ritrovo gestito per generazioni dalla famiglia Coldesina.
Non è una stele qualunque ma è la stele per antonomasia, sottolineano gli esperti del cantone che abbiamo consultato. È un documento unico nel suo genere, databile a un periodo compreso dal V ai primi decenni del IV secolo a.C. Si tratta della più antica stele con un’iscrizione in alfabeto etrusco, o meglio un adattamento di questo alfabeto, trovata in Svizzera. L’alfabeto in questione era utilizzato dalla popolazione celtica che abitava la nostra regione, i Leponti, e prende il nome dall’area dove nell’Ottocento sono avvenuti i primi significativi ritrovamenti ossia alfabeto di Lugano (o nord-etrusco)». L’iscrizione si legge dal basso verso l’alto – precisano i nostri interlocutori – ed è racchiusa in un rettangolo terminante verso l’alto in un cerchio che rappresenta la testa di una figura umana fortemente schematizzata. Suona pressappoco così «kuasoni pala terialui» ovvero «stele di Kuasonos per Terialos» (Kuasonos è colui che ha dedicato la stele per ricordare Terialos). Il masso è stato ritrovato in un deposito alluvionale, dicono gli esperti. La sua localizzazione rispetto al conoide di deiezione suggerisce la presenza nella zona di reperti dell’Età del ferro ancora ignoti. E alcuni abitanti di Mezzovico-Vira sono pronti a scommettere che vicino alla stele c’era effettivamente qualcos’altro...

«È stato mio fratello Luigi a trovarla», ricorda lo chef Guerino Coldesina (nella foto sopra) che oggi non gestisce più La Palazzina ma un agriturismo proprio di fronte allo storico locale, insieme al fratello Tino. «Ha capito subito l’importanza della scoperta e l’ha trattata coi guanti. Ha impiegato una giornata e mezza di lavoro per riportarla alla luce, avvolgendola con diverse coperte affinché non si rovinasse. In seguito ha interpellato degli esperti, tra cui Giuseppe Chiesi, allora capo dell’Ufficio dei beni culturali del cantone, per saperne di più».
«Mi ricordo che quando è arrivato, il professore ha chiesto che cosa avevamo intenzione di fare con il ritrovamento», interviene Tino Coldesina. «La risposta lo ha fatto trasalire: “Pensavamo di murarlo nel camino di casa...”». Scherzavano, naturalmente. Alla fine «per gentile concessione del cantone» la stele è rimasta molti anni all’entrata della Palazzina, conficcata nel terreno in verticale, riparata dalla falda del tetto. «Ed è diventata meta di pellegrinaggio», osserva Guerino. «Sono arrivati molti monaci da lontano per ammirarla, dalla Svizzera interna e dalla vicina Penisola ma non solo. Alcuni, uomini e donne di cultura, stavano ore ad ammirarla. Ricordo in particolare monsignor Ersilio Tonini, cardinale e arcivescovo piacentino, con l’autista e la scorta. L’ho addirittura invitato a pranzo ed è stato contento di fermarsi e discutere con noi».
Nel 2000, però, la stele è stata trasferita al Museo civico e archeologico del Castello visconteo a Locarno, in occasione della mostra «I Leponti, tra mito e realtà» (si consulti l’interessante raccolta di saggi in due volumi dal titolo omonimo, Armando Dadò Editore). In seguito, come detto, è approdata al deposito della Protezione civile. Le autorità cantonali ci fanno sapere che stanno cercando una sede idonea per il notevole reperto anche se non è facile considerata la mole imponente. «L’importante è che lo stesso sia conservato con tutti i crismi del caso in modo che non si deteriori». Nel dicembre scorso una manciata di consiglieri comunali di Mezzovico-Vira ha inoltrato un’interpellanza al Municipio per riportare la stele in paese. Vedremo cosa succederà.
Intanto sappiamo che la lapide di cui vi abbiamo raccontato la storia è in buona compagnia. Decine e decine di iscrizioni sono infatti state scoperte in tutta la Svizzera italiana e gran parte dell’area tra i laghi Maggiore, Ceresio e Lario (se ne parla all’interno dei volumi sui Leponti citati in precedenza). Un tesoro prezioso e poco noto, ma che archeologi e linguisti di tutto il mondo ci invidiano. Un patrimonio che, purtroppo, non ha una «casa». Nonostante il Ticino sia stato tra i primi cantoni ad introdurre una Legge sulla conservazione dei monumenti storici e artistici, nel 1909, non ha mai avuto un museo storico e archeologico cantonale.

Che fine hanno dunque fatto le stele venute alla luce (sopra, il luogo di ritrovamento a Mezzovico-Vira)? Alcune, come quelle trovate a Sorengo e Viganello a metà Ottocento, sono andate perdute. Altre, come quella di Davesco (trovata nel 1817 in un vigneto) e le due lapidi di San Pietro di Stabio, sono state acquistate nel 1874 dal Museo retico di Coira. La stele di Banco di Bedigliora (che fino al 1913 serviva come copertura di un canale di scarico) così come la stele di Ponte Capriasca (usata come peso per tendere il fil di ferro di una vigna) sono conservate nei depositi dell’Ufficio cantonale dei beni culturali. Quella di Vira Gambarogno, individuata nel 1917 in località Campaccio, è esposta al Museo del Castello di Montebello a Bellinzona. E potremo continuare. Questi notevoli ritrovamenti sono frammenti della nostra storia che aspettano di essere valorizzati.

LA GUERRA TRA CIÒRA E SALÀM

Mezzovico-Vira è un comune a vocazione industriale a metà della Carvina. Fino alla fine del diciassettesimo secolo, si legge su «Alto Vedeggio ieri e oggi. I sette comuni da Sigirino a Isone» (Edizioni Rivista di Lugano, 2005) è il più popoloso comune della valle, soprassato poi, fino agli inizi del Novecento, da Isone. «I dati, dal 1591 al 1719, danno una popolazione sempre superiore ai 500 abitanti. Poi, le malattie epidemiche e l’emigrazione fanno scendere gradatamente il numero degli abitanti, che toccano nel 1801 il valore più basso (345). Lenta, ma sicura, la ripresa ottocentesca che porterà il paese a toccare di nuovo, nel 1901, i 468 abitanti». Il 31 dicembre 2018, si vede sul sito del comune, la popolazione si attestava sulle 1.373 unità, 3.083 i posti di lavoro. Sul saggio citato si trova poi la carrellata dei nuclei principali del paese: il primo, lungo la strada cantonale, è «la frazione della Palazzina» (dov’è stata trovata la stele). Qui fin dal Medioevo erano presenti «delle costruzioni adibite a ristorante, panetteria, stalle per i cavalli e abitazioni per i residenti locali». In particolare c’era una stazione di sosta per le diligenze. «Per legge – dice Guerino Coldesina – dovevano esserci sempre un fuoco acceso e una caraffa di caffè pronta. Chi si fermava per il cambio di cavalli poteva così riscaldarsi o cucinarsi qualcosa. I miei bisnonni prima e i miei nonni poi erano allevatori di bestiame, non esercenti. Fu mia madre che ad un certo punto decise di iniziare un mimino di attività di ristorazione, offrendo agli operai che lavoravano alla costruzione della strada cantonale piatti di pasta, minestrone e risotto a poco prezzo». Altri nuclei degni di nota (Stazione, Gaggio o «bosco protetto», Morengo, Rüvi/Cantòn da fund, Piscìa, Butheghìn, Loreto, ecc.) sono illustrati nel libro di recente pubblicazione «Mezzovico-Vira, storia e storie» (Ritter Edizioni) che riporta anche la curiosità che segue: «Nei tempi passati, allorquando la gente era dedita prevalentemente all’agricoltura e le capre risultavano presenti in gran numero, i pastori del luogo erano soliti radunare il gregge al grido di “ciòra, ciòra” che significa “venite, venite”. Da qui il soprannome di ciòra attribuito agli abitanti di Mezzovico». A quelli di Vira è rivolto l’epiteto di salàm, un termine che ricorda le famose mazze casalinghe del passato quando nelle case facevano bella mostra di sé salsicce, cotechini, mortadelle e lardo.