Medio Oriente

I motori dei caccia restano accesi

Missili dall'Iran, da Israele e dal Libano di Hezbollah, fino al fragile stallo di ieri sera - La guerra vive nuovi momenti di drammatica tensione - Non mancano gli appelli (da Stati Uniti e Pakistan soprattutto) al dialogo, ma i due fronti sono sempre più caldi
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09.06.2026 06:00

«Give peace a chance». Il titolo della canzone di John Lennon citato come invocazione dal premier pachistano Shehbaz Sharif, il cui Paese ha mediato tra Stati Uniti e Iran fino ad ora, sembra avere, almeno al momento, trovato riscontro. Dopo missili iraniani verso Israele e attacchi del Paese ebraico su postazioni nella terra degli ayatollah per tutto ieri, in serata sembra si sia raggiunta, se non una tregua, uno stallo, una pausa. Le posizioni sono cristallizzate. Nel giro di ventiquattro ore, l’illusione di una fragile tregua si è dissolta sotto il peso di missili balistici e raid aerei, lasciando spazio a un inedito e brutale scontro di potere. Non solo sul campo di battaglia, dove le contraeree hanno illuminato a giorno i cieli della Galilea e della Persia, ma soprattutto sull’asse diplomatico che lega, e in alcune cose divide profondamente, la Casa Bianca e il governo di Gerusalemme. Un duello a distanza condensato nelle parole perentorie del presidente americano Donald Trump, convinto di avere l’esclusiva sui destini geopolitici della regione, e nella fiera replica serale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, deciso a dimostrare che la sicurezza nazionale non si baratta con i calcoli economici e politici di oltreoceano.

Telefoni incandescenti tra Washington e Gerusalemme

Teheran ha cominciato già domenica sera a lanciare missili contro Israele, facendo risuonare, fino alla tarda mattinata di ieri, le sirene a Tel Aviv, Gerusalemme e in altre parti del Paese. Ciò, dicono dal regime, in risposta all’attacco, che Israele aveva definito simbolico, contro due piani di una palazzina a Dahiyeh, nel sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah. Quello era il limite invalicabile per Teheran. Scontata la risposta israeliana. Ondate di caccia penetrano lo spazio aereo iraniano, colpendo sistemi di difesa missilistica e infrastrutture militari a Isfahan, Tabriz, Karaj e nella stessa capitale, Teheran, dove le deflagrazioni scuotono i quartieri governativi e viene danneggiato un impianto petrolchimico strategico. I telefoni tra Washington e Gerusalemme si fanno incandescenti, nel tentativo americano di fermare la reazione israeliana. Trump, focalizzato sul blindare un sempre e da tempo «imminente» accordo con l’Iran per sbloccare lo Stretto di Hormuz e stabilizzare così i mercati del greggio, oltre che per risolvere la questione nucleare, lancia un avvertimento pubblico e privato a Benjamin Netanyahu. Il messaggio del capo della Casa Bianca è esplicito: i missili iraniani non hanno causato vittime, «ognuno ha fatto la sua parte», ora Israele deve fermarsi per evitare che il tavolo dei negoziati salti per aria. In alcune dichiarazioni rilasciate ai giornalisti prima di un colloquio diretto, il leader americano usa espressioni durissime per blindare la sua autorità: «Le decisioni le prendo io. Tutte io. Lui non ha scelta».

Netanyahu: «Oggi l’Iran e Hezbollah sono più deboli che mai»

Netanyahu non si ferma e fa notare che l’integrità territoriale israeliana e la sicurezza dei propri cittadini non può essere messa da parte rispetto agli interessi di Paesi che, seppur alleati di primo piano, sono terzi. E così si va avanti. Anche con il fronte libanese, nonostante gli iraniani insistano che altri attacchi nel Paese dei cedri, a Dahiyeh, significano scatenare un’altra risposta iraniana. Libano dove il presidente Aoun conferma che si è in negoziati con Israele per un patto di non aggressione. Ma di mezzo ci si mette Hezbollah, contrario a qualsiasi intesa. In serata sia Israele che l’Iran dichiarano che i loro attacchi sono terminati, entrambi però minacciando di poterli riprendere subito. Parlando in serata alla televisione, Netanyahu ha ribadito: «Oggi, l’Iran e Hezbollah sono più deboli che mai, e noi siamo più forti che mai. Ma la nostra lotta contro di loro non è ancora finita». Ha aggiunto che l’esercito continuerà a operare nel Libano meridionale contro la minaccia alle popolazioni del nord israeliano. «Pensavano di poter lanciare attacchi dal Libano e dall’Iran contro Israele e che noi non avremmo reagito. Questo non è successo e non succederà. Non finché sarò io al comando», ha avvertito il primo ministro. Che ha anche ribadito la ferma distanza di posizione con il Trump e la sua pace a ogni costo (anche a quello della sicurezza d’Israele).

Aperto lo spazio aereo iraniano

Con lo stop ai combattimenti tra Gerusalemme e Teheran, lo spazio aereo iraniano è stato aperto e tutte le restrizioni nel Paese ebraico sono state rimosse, quindi da questa mattina si torna a scuola. Non però al nord, che continua a essere flagellato dagli attacchi di Hezbollah con razzi e droni. Per questo motivo, l’esercito ha annunciato nuove evacuazioni prodromiche ad attacchi, nei confronti di villaggi libanesi del sud e di zone di Tiro. La giornata si è chiusa con la riunione del gabinetto di guerra israeliano, e una tregua armata e precaria, un fragile equilibrio in cui le armi tacciono ma i motori dei caccia restano accesi. Anche a causa del chiaro dissenso tra Washington e Gerusalemme, l’equazione del Medio Oriente è stata drammaticamente riscritta, e nessuno sa per quanto tempo questa tregua forzata riuscirà a reggere.