L’intervista

«Le pandemie del presente non si limitano al coronavirus»

Attivista indiana con un dottorato in filosofia sulla fisica quantistica, Vandana Shiva getta uno sguardo sui problemi che attanagliano il mondo di oggi
© Drona Chetri
Erica Lanzi
25.01.2021 10:17

La pandemia e le sue conseguenze stanno provocando numerosi dibattiti sui difetti dell’attuale sistema economico. Ne abbiamo parlato con Vandana Shiva, attivista indiana con un dottorato in filosofia sulla fisica quantistica, fondatrice del movimento Navdanya, che da oltre 30 anni si batte contro i monopoli sui semi.

Siamo nel mezzo della pandemia, ma lei ha detto che ne stiamo vivendo tre. A cosa si riferisce?

«Sono molte di più! C’è la pandemia della fame, che col virus ha colpito 130 milioni di persone in più, anche nei Paesi ricchi. Le diseguaglianze: negli ultimi mesi i più ricchi della terra hanno guadagnato 67 miliardi di dollari mentre in milioni perdevano il lavoro. Le deforestazioni, che contribuiscono alla diffusione di malattie come la COVID-19 e che sono frutto di un’industria agricola malata. Inoltre, c’è la terribile pandemia delle post-verità. Un esempio? Singapore, che ha da poco approvato la produzione di carne sintetica come se non fosse un prodotto finto e una decisione sbagliata».

Cioè?

«È sbagliato fare finta che il cibo non sia frutto del suolo e dell’agricoltura e che sia accettabile produrlo in provetta. Il cibo purtroppo è diventato una valuta di scambio. Ci sono società che ne vogliono il monopolio rendendo impossibile approvvigionarsi di cibo sano e genuino, esattamente come è successo ai semi negli anni ’90. Il problema è che queste bugie creano malattie e costano vite umane. Ma non possiamo mentire alle cellule del nostro corpo o ai microbi con cui conviviamo».

Da dove si parte per risolvere il problema?

«Dal nostro modo di pensare. La natura è viva e crea benissimo da sola anche senza l’uomo. L’uomo è parte del sistema, non il suo regolatore. Economia non è solo estrarre per produrre e fare profitto, è anche restituire e curarsi del benessere degli esseri viventi. Sono tutti concetti già noti. Bisogna solo smettere di credere nelle bugie che ci vengono propinate».

L’avidità però fa parte della natura umana. Quali altri incentivi bisogna introdurre?

«L’avidità fa parte della natura umana, ma quella senza limiti no: una cellula che non sa smettere di crescere è cancerogena. Quando ho iniziato il movimento Navdanya il mio incentivo era la difesa della biodiversità, la gratitudine per i contadini, la volontà di lasciare qualcosa ai giovani. Gli incentivi arrivano dai valori, che, ahimè, il mercato spesso uccide».

Il profitto è comunque un incentivo molto forte. Non si rischia di ridurre la questione a una guerra tra buoni e cattivi?

«No, diventa una guerra tra l’inganno e l’onestà. Ho visto diversi contadini suicidarsi perché privati del loro mercato locale. Il profitto non può avere più valore di una vita, della libertà, della natura. La protezione dei semi è la mia risposta contro la fame, per la natura e per la biodiversità, ma là fuori ci sono milioni di persone che si impegnano per dei giusti ideali».

La sua lotta contro il monopolio dei semi è iniziata nel 1987. A che punto è?

«All’inizio volevo aiutare i contadini a difendere la biodiversità. Oggi, grazie a vari studi, ad esempio quelli svolti in Sardegna per Ispra dal CNR-ISPA UOS Sassari, sappiamo pure che i semi naturali generano frutti molto più nutritivi di quelli industriali e allungano la vita. Non a caso riceviamo sempre più richieste da persone che vivono in città e che vogliono avere il loro orto ‘naturale’».

Come valuta la riforma UE della Politica agricola comune (PAC)?

«Il Green Deal e la Strategia Farm to Fork, il cui dibattito si intreccia con la riforma della PAC, usa belle parole. Si parla di chilometro zero, di riduzione del 50% dei pesticidi. Però, primo, i veleni andrebbero eliminati completamente. I nostri progetti, così come moltissime esperienze di agricoltura ecologica e sistemi alimentari locali nel mondo, dimostrano che è fattibile. Poi bisognerebbe tagliare i sussidi all’agricoltura industrializzata: è molto costosa, spinge a deforestare e genera alimenti insalubri. La PAC, tra l’altro, assorbe oltre un terzo del bilancio comunitario: con la crisi economica in corso sarebbe molto più urgente devolvere questi fondi a sostegno dei contadini locali e di chi ha perso un lavoro».

Se non ci fosse stato il lockdown sarei venuta in Svizzera per sostenere un referendum contro i pesticidi

Anche la Svizzera ha presentato nel febbraio 2020 la strategia per l’agricoltura 2022-25.

«Sì, e se non ci fosse stato il lockdown lo scorso ottobre sarei venuta per sostenere un referendum contro i pesticidi. La Svizzera mi ha sempre affascinata: c’è la sede del gigante chimico Syngenta e tuttavia le persone anni fa hanno votato contro gli OGM. Negli USA, in Germania, sono le varie Monsanto e Bayer a decidere le politiche del Paese. Inoltre in Svizzera c’è un supporto al settore agricolo locale».

In Occidente però si parla anche molto di responsabilità sociale d’impresa (CSR), di cui dovrebbero beneficiare Paesi come l’India. Sta succedendo o no?

«Mostratemi una sola multinazionale che non miri sempre ad accrescere il suo mercato. Prendiamo Bill Gates, osannato come il maggior filantropo mondiale. In realtà è un costruttore di imperi eccezionale: per 10 dollari che dona a fondazioni, ricercatori etc , si prende 100 dei mercati che si creano. Oppure: Carrefour in India voleva collaborare con i contadini di Navdanya per migliorare la sua CSR, ma chiedeva l’esclusiva sui loro raccolti. Ho rifiutato: questa non è CSR ma creare più povertà imponendo una posizione di forza e prezzi sempre più bassi. Peraltro, distruggendo un mercato locale da 1,3 miliardi di persone che non ha certo bisogno di multinazionali per funzionare. La vera CSR si misura in due modi: quanta libertà si lascia ai portatori d’interesse e quanto si è legati all’ecosistema economico locale».

Non c’è una globalizzazione che possa funzionare per tutti?

«Come l’abbiamo conosciuta finora no, non alla lunga e non per tutti. C’è un’internazionalizzazione che può funzionare se risponde a tre principi base: riconoscere che viviamo su una sola terra e che siamo un’unica umanità sotto lo stesso tetto. E terzo, che la vera democrazia cresce dal basso verso l’alto. Un vero internazionalismo non può essere imposto dall’alto ignorando le esigenze locali. La pandemia ha mostrato molto bene che chi non ha un suo sistema alimentare locale efficiente rischia di restare a pancia vuota».

Cos’altro ci ha insegnato la pandemia?

«Che è meglio produrre il proprio cibo. Che ci vuole solidarietà e che se non hai una comunità di amici veri, non quelli di Zuckerberg, stai male. E infine a rallentare, invece di correre come matti come abbiamo fatto fino a un attimo prima che il virus ci chiudesse in casa».