Vaud, postino licenziato: portava i pacchi al piano

«La Posta vuole robot o postini?». La vicenda del collaboratore licenziato per aver disobbedito alle direttive interne sulla consegna dei pacchi ha fatto il giro della Svizzera ed è giunta anche a Palazzo federale. Il consigliere agli Stati vodese Pierre-Yves Maillard (PS), presidente dell’Unione sindacale, ha presentato un’interpellanza sui sistemi di controllo del personale da parte del gigante giallo. Al centro del caso, portato alla luce lunedì dai giornali romandi del gruppo Tamedia, c’è un postino di 59 anni congedato lo scorso febbraio dopo 42 anni di servizio. «Sono stato criticato per essere salito al piano superiore a consegnare i pacchi. Il mio datore di lavoro lo considerava una perdita di tempo. Ma non ho seguito le istruzioni. A mio parere, i primi a rimetterci con l’atteggiamento della Posta sono i clienti», ha detto l’interessato alla Tribune de Genève. In pratica, l’uomo attivo nella regione di Vevey, avrebbe disobbedito di proposito per anteporre la qualità del servizio ai risparmi. La presenza di un dispositivo elettronico a tastiera o di una serratura all’ingresso principale impone di lasciare i pacchi nell’atrio, vicino alle cassette postali. Gli edifici di Vevey dove lavorava il postino erano dotati di questo tipo di apparecchiatura. «Ma venivano segnalati molti furti, il che giustificava la mia decisione (ndr in assenza dei destinatari) di salire al piano superiore. Inoltre, per molto tempo, spettava al postino decidere se la situazione fosse sicura o meno».
Due avvertimenti
Nella lettera di licenziamento citata dal quotidiano, il datore di lavoro specifica le ragioni della decisione: «Le abbiamo dato un avvertimento e poi un ultimo avvertimento per l’inosservanza delle procedure e della ripetuta espressione del suo dissenso in modo non costruttivo». Fra le consegne non rispettate ci sarebbe anche quella sulla Posta B, che per questioni di risparmio dovrebbe avere luogo ogni due giorni e che il postino, invece, recapitava quotidianamente in città. Contro il licenziamento è intervenuto anche Syndicom, che ha chiesto il reintegro del collaboratore, giudicando il provvedimento «sproporzionato».
Il caso sarà riesaminato
Il dipendente in questione era anche attivo a livello sindacale e nel 2023 aveva condotto un movimento di protesta interno contro una riorganizzazione nella sua regione. A suo avviso, anche questo ha pesato sul provvedimento. La Posta ha però negato recisamente un collegamento. «Respingiamo qualsiasi affermazione che suggerisca che una decisione in materia di risorse umane possa essere collegata all’attività sindacale. La Posta rispetta la libertà sindacale e il dialogo sociale, che sono parte integrante dei suoi valori», ha dichiarato al giornale ginevrino la portavoce Nathalie Dérobert Fellay.
La stessa Tribune ha riferito, questo pomeriggio, sul sito online, che la Posta riesaminerà il dossier. «Per motivi di protezione della sfera personale, la Posta non comunicherà ulteriori dettagli. Tuttavia, prendiamo la questione molto seriamente. La situazione sarà analizzata in modo molto approfondito, in collaborazione con la direzione e i partner sociali, per ottenere una visione globale del dossier ed esaminare eventuali misure da prendere».
Da parte sua, Maillard, critico con il management della Posta, vuole sapere quanto costa il sistema di sorveglianza, se oltre ai postini sono controllati anche «i piccoli capi» che hanno poteri di licenziamento, se prevede di rimpiazzare i dipendenti con dei robot, «i soli capaci ad obbedire strettamente e senza capacità di iniziativa alle sue direttive» e se il Governo o Albert Rösti hanno un’opinione «su questo esempio di diniego dell’autonomia professionale».