L'intervista

Foletti e il nodo Lega-UDC: «Alle cantonali la destra rischia di andare divisa»

Ospite di «Detto tra Noi» su TeleTicino, il sindaco di Lugano fa il punto sulla fase delicata che attraversa il Movimento, sui veti incrociati con i democentristi e sulla legislatura cantonale più complicata degli ultimi anni
©Chiara Zocchetti
Red. Online
09.06.2026 19:20

Sessant'anni appena compiuti, vissuti — confessa — come «uno shock». «Psicologicamente sì, perché uno si sente sempre ragazzino, attivo, su e giù, poi guarda l'anagrafe e dice: oddio». Eppure, il bilancio che Michele Foletti – ospite di Andrea Leoni a Detto tra Noi su TeleTicino – traccia della sua vita non è affatto negativo: «Uno dei miei sogni era fare il municipale di Lugano e ci sono riuscito nel 2013 con Marco. Il mio sogno non era fare il sindaco, ho dovuto farlo». Più di metà della sua esistenza è trascorsa nella politica, «che ha avuto un ruolo estremamente importante e soprattutto formativo». Il ricordo più bello? «La gioia di Marco e mia alle elezioni del 2021, quando ho fatto il secondo. L'abbraccio incredibile in Piazza Riforma». Le cose brutte, invece, preferisce non raccontarle. Di quel ragazzo di vent'anni dice che è rimasta una cosa sola: «Sperare, essere sempre ottimista. La vita riserva sempre delle sorprese, non bisogna perdere la speranza».

Il rigetto del Gran Consiglio e le commissioni tematiche

Il primo tema d'attualità è la figuraccia attorno alle nomine giudiziarie e al caso della giudice Monica Sartori. Foletti, che di trattative per i magistrati in Gran Consiglio ne ha condotte parecchie — «ne ho vinte e ne ho perse» — legge l'episodio come un sintomo: «Il Gran Consiglio è un organismo, e quando gli si impone qualcosa ogni tanto c'è il rigetto. Quello di ieri secondo me è stato un rigetto». I segnali, sostiene, erano già arrivati con le nomine alla CARP, e la Commissione giustizia e i capigruppo avrebbero dovuto coglierli. Critica anche la scelta di accorpare tutte le nomine in un'unica tornata: «Comporta maggiori rischi, anche dal punto di vista strategico».

Più in generale, il sindaco non risparmia una critica alla riforma che ha introdotto le commissioni tematiche: «Ha creato più problemi che soluzioni». Vale per la giustizia, ma anche per il territorio e per la materia tributaria, oggi confluita nella Commissione della gestione. «Non è stato un buon passo avanti per velocizzare i lavori. Ci sono commissioni con progetti di legge fermi da cinque anni». Sulle nomine politiche non ha una ricetta — «ci vorrebbe un po' di buon senso» — ma è convinto che la magistratura debba rispecchiare tutte le sensibilità del Cantone e che oggi si valutino troppo le competenze tecniche e troppo poco quelle personali e psicologiche. «Fare il procuratore pubblico richiede una certa struttura: non puoi vedere per tutta la vita soltanto criminali».

A proposito di giustizia, ribadisce l'irritazione già espressa per i tempi dell'inchiesta sul crollo del macello: «Era il 29 maggio 2021, oggi abbiamo superato il 29 maggio 2026 e non c'è ancora una parola fine». Un giudizio di primo grado, insiste, «deve essere celere, altrimenti si annacqua tutto e il cittadino non ha più la garanzia di un giudizio in tempi ragionevoli».

Nella mia carriera ho fatto spesso un passo indietro. Quando vedi queste tensioni, devi mettere al primo posto il bene del tuo Movimento

Lega-UDC, il nodo delle cantonali: «Alla fine andremo separati»

È sul fronte interno alla destra, però, che Foletti offre le riflessioni più nette. In vista delle cantonali del prossimo anno, lo scenario è quello di un Movimento e di un'UDC incapaci di trovare un'intesa: i democentristi hanno fissato la loro «linea rossa» — niente lista comune con Claudio Zali in corsa — e Zali ha confermato la ricandidatura.

Il sindaco di Lugano osserva con preoccupazione il quadro complessivo: «A sinistra stanno facendo l'accordo per la lista unica, credo per la prima volta da tanti anni. Al centro c'è il PLR con un posto vacante. Se a destra si corre separati, i rischi sono evidenti». Il pericolo, concreto, è che al posto di due liberali vengano eletti un ministro leghista e uno democentrista — «un'opzione neppure molto lontana dalla realtà» — oppure, all'opposto, che la frammentazione costi cara all'intero schieramento.

Invitato a indicare una via d'uscita, Foletti richiama la lezione appresa da Giuliano Bignasca e da Attilio Bignasca: «Prima viene il bene del Movimento e del partito, poi vengono le persone. Nella mia carriera ho fatto spesso un passo indietro. Quando vedi queste tensioni, devi mettere al primo posto il bene del tuo Movimento». Un consiglio rivolto a Claudio Zali? Il sindaco non si lascia inchiodare: «Un consiglio a Zali, a Norman Gobbi, a Daniele Piccaluga. Discutete sui temi, non sul fatto che l'altro mi ha detto che non devo esserci. Non è che da una parte ci sono tutte le ragioni e dall'altra no».

Sui veti il giudizio è tranchant: «Se l'UDC traccia una linea rossa è perché sa benissimo che per loro è invalicabile e per noi inaccettabile. Mettere i veti sulle persone non è mai stato un buon modo di fare politica». La conclusione, però, suona rassegnata: «La penso che alla fine andremo separati. Perché nessuno ha voluto andare uniti».

I «culi di pietra» e la difficoltà di trovare volti nuovi

Il discorso scivola sulla tendenza del Movimento a mantenere in carica i propri esponenti per moltissimi anni: un paradosso, per un partito nato contro i «culi di pietra». Foletti non si tira indietro dal fare i conti: Marco Borradori restò in Consiglio di Stato circa diciotto anni, lui stesso ha trascorso ventisei anni in Gran Consiglio. Ma il problema, spiega, è strutturale: «Si fa fatica a trovare persone capaci di convincere gli elettori. E allora tenti sempre di andare sul sicuro. È un problema che hanno quasi tutti i partiti». Avrebbe ricandidato entrambi i consiglieri di Stato leghisti? «Dipende da chi hai da proporre. Forse si poteva candidare il consigliere strutturato e forte e provare a lanciarne un altro. Ma sono errori fatti un po' ovunque nella storia del Cantone».

Una legislatura difficile: «Forse non abbiamo superato la perdita di Attilio»

Il quadriennio del Movimento è stato segnato da diverse vicende: l'incidente di Norman Gobbi, il caso Hospita, l'«arrocco» mai compiuto tra i dipartimenti. Foletti è asciutto nei giudizi. L'incidente di Gobbi? «Gestito male». Il caso Hospita? «Quando si mettono i propri interessi personali davanti a tutto in politica, succedono queste cose», con la questione del rapporto segreto liquidata come «un pasticciaccio». L'arrocco, invece, lo rimpiange: «Poteva essere una buona idea, avrebbe dato una nuova dinamica al Consiglio di Stato. Così è qualcosa di incompiuto».

Sul piano umano, individua una ferita più profonda: «Se siamo riusciti a superare abbastanza bene la perdita del Nano, probabilmente non siamo riusciti a superare la perdita di Attilio, che era il saggio, ci faceva ragionare, andare d'accordo, trovare le soluzioni. Due persone così sono difficilmente sostituibili».

Allargando lo sguardo all'intero governo, il sindaco coglie «una forte voglia di rinnovamento» e parla, con galanteria istituzionale, di una delle legislature più difficili. Ma sposta il problema dal Consiglio di Stato al sistema: «Abbiamo un sistema consociativo, tutti i maggiori partiti sono al governo. Ma per farlo funzionare serve che anche il Parlamento funzioni, e non che ognuno la spari come se fosse in un sistema maggioritario». Il caso emblematico è il messaggio sulle iniziative per le casse malati: «Forse l'errore è stato a monte, non aver valutato un controprogetto. Se sbagli la scelta iniziale, mettere le toppe non è facile».

La mia idea è sempre stata di intitolargli una tribuna della AIL Arena. Ne parlerò con Martin Blaser quando avrà risolto qualche problemino di gioventù dello stadio

I conti dei Comuni: «Sono preoccupato»

Sul versante finanziario, l'iniziativa leghista approvata dai cittadini — in vigore dal primo gennaio 2028 — apre un fronte concreto per le casse comunali. «Sono preoccupato», ammette. Il conto per Lugano: «Circa undici milioni l'iniziativa leghista, più altri undici per il valore locativo. Poi la neutralizzazione delle stime immobiliari e il grande tema del finanziamento dell'iniziativa socialista del 10%». A chi gli ricorda che i sindaci hanno fatto campagna per il no, replica con realismo: «Faremo quello che avevamo detto: una diminuzione delle prestazioni dei Comuni e un aumento della pressione fiscale comunale». La spiegazione del voto popolare la affida a un dato di realtà: «I cittadini sono arrivati al limite della sopportazione sui premi di cassa malati. C'è un sistema che a livello federale non si vuole toccare, un catalogo di prestazioni che continua a crescere».

E a Marco Chiesa, che si interrogasse su una candidatura al governo, cosa direbbe? «Non do consigli a Chiesa, ha un'esperienza maggiore della mia. Dipende dalle ambizioni. Ma mi chiedo: oggi qualcuno vorrebbe davvero fare il consigliere di Stato, con la situazione e il clima politico che c'è in Ticino?». Lui, che pure ci aveva pensato anni fa, oggi non lo rifarebbe: «Sono troppo vecchio. A sessant'anni non ti metti a fare il consigliere di Stato».

Lugano, lo stadio e l'omaggio a Borradori

Spazio infine alla città. Sul nuovo stadio, Foletti corregge con ironia: «Abbiamo inaugurato la prima mezza tappa della prima tappa del PSE». Quanto alle richieste social di intitolarlo a Marco Borradori, ricorda che il regolamento cittadino consente intitolazioni solo dopo dieci anni dalla morte. A Borradori è già stata dedicata una sala riunioni del Municipio. «L'idea c'è — aggiunge — dovremmo trovare una soluzione anche con il Football Club Lugano, che ha il diritto di naming. La mia idea è sempre stata di intitolargli una tribuna della AIL Arena. Ne parlerò con Martin Blaser quando avrà risolto qualche problemino di gioventù dello stadio». Favorevole anche a una via per Giuliano Bignasca, ferma da anni: «Sono favorevole, ma bisogna che qualcuno arrivi. La commissione non vuole dargli una strada».

E sul futuro personale, l'ultima parola resta sospesa. Sui rumor attorno al «papà del Bitcoin» residente a Lugano glissa con un sorriso. E sulla propria ricandidatura a sindaco non si sbilancia: «Ho sempre detto che finché mi diverto vado avanti. Ma ne parliamo l'anno prossimo».