Taca la bala

La medaglia centenaria

Nella rubrica sportiva di Tarcisio Bullo si ricorda il primo alloro olimpico ticinese ottenuto dal tiratore Domenico Giambonini nel 1920 alle Olimpiadi di Anversa
Tarcisio Bullo
Tarcisio Bullo
04.09.2020 06:00

Qual è il valore di una medaglia olimpica? Da un punto di vista materiale, tenendo conto del metallo di cui è composta, è stato calcolato che quella d’oro di Rio de Janeiro (in realtà è argento placcato d’oro) valesse circa 550 euro, quella d’argento 250 e quella di bronzo 3 euro. Bazzeccole in confronto al valore simbolico che assume la conquista di un alloro olimpico. Sentimentalmente, una medaglia vinta alle Olimpiadi oggi non ha prezzo, anche se è notorio che qualcuno è arrivato a privarsene per necessità economiche. Nel 2003 il pugile ucraino Vladimir Klitschko ha venduto, pare per un milione di dollari, l’oro olimpico che aveva conquistato ad Atlanta nel 1996.

Quanto può valere, simbolicamente, la prima medaglia mai conquistata da un atleta ticinese ai Giochi olimpici? Dal punto di vista di chi scrive non ha prezzo, si tratta di un pezzo unico, da sballo, fuori mercato, anche se solo di medaglia di bronzo si tratta. Peccato che il Ticino questa medaglia non l’abbia mai celebrata, l’ha addirittura dimenticata e se l’è lasciata portar via da sotto il naso: è infatti esposta al Museo svizzero del tiro di Berna. Se ne parliamo è perché - con un ritardo di un mesetto sulla data esatta - è trascorso un secolo da quando il tiratore bellinzonese (ma originario di Gandria) Domenico Giambonini conquistò ad Anversa quella medaglia: era il 3 agosto del 1920 ed il nostro faceva parte della nazionale svizzera che gareggiava nella specialità della pistola militare a squadre. All’epoca Giambonini aveva già 52 anni e una lunga, brillantissima carriera alle spalle. Fosse capitato oggi, me lo vedo il Giambonini, coi suoi baffi lunghi e arricciati, conteso dai salotti delle trasmissioni sportive di radio e televisioni, intervistato da giornali e riviste. Allora, invece, zero: nessun giornale ticinese dell’epoca riferisce della sua partecipazione ai Giochi olimpici, men che meno di un risultato che fu straordinario. Non solo: fino al 2004, le classifiche ufficiali del Comitato Olimpico Internazionale non riconobbero a Giambonini e ai suoi compagni di squadra la paternità di quella medaglia, attribuita per errore e approssimazione ad altri tiratori rossocrociati (ad Anversa si gareggiò due anni dopo la fine della Prima guerra mondiale, con gravi problemi logistici e organizzativi).

Domenico Giambonini morì nel 1956, quando aveva 88 anni, 36 anni dopo il successo ottenuto a Camp de Beverloo, alla periferia di Anversa. Mediaticamente, stiamo parlando di un’epoca giurassica, durante la quale la notizia non aveva certo il valore che ha oggi e chi la vendeva non usava il megafono. Però è difficile riuscire a spiegare l’indifferenza che ha avvolto per decenni il suo risultato, andato perduto dentro la nebbia di una superficialità che nemmeno ha riconosciuto al nostro l’onore di essere stato il primo ticinese a prendere parte alle Olimpiadi. Per tre quarti di secolo, infatti, si disse e si scrisse che ad inaugurare la serie delle partecipazioni degli atleti cantonali ai Giochi era stato il lanciatore del peso locarnese Luigi Antognini, sempre nel 1920 ad Anversa (dove fu portabandiera) tacendo sul Giambonini.

Sarebbe bello se il tiratore bellinzonese potesse raccontare come ha vissuto per lunghi anni questo oblio, lavorando come armaiolo nella sua bottega della Capitale, ma possiamo immaginarci la risposta, svincolata dall’ego che caratterizza il nostro tempo e dalla smania di comunicare che ha preso in ostaggio le nostre generazioni. Giambonini, così lo ricorda chi l’ha conosciuto, era uno che amava quel che faceva e lo faceva per sè, con correttezza e modestia. Dopo la medaglia olimpica ha continuato a tirare fino a 70 anni ottenendo nuovi successi e insegnando la sua arte ai giovani. Un modello di sportivo, che a un secolo dal suo brillante risultato è giudizioso ricordare.