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Ventisei Cantoni

«No a una Svizzera da 10 milioni»: quale crescita?

Qualunque sia l'esito finale di una fra le più combattute campagne politiche degli ultimi anni, l'intenso dibattito delle ultime settimane è importante poiché ha sollevato un problema non riducibile alla retorica antistranieri delle tradizionali campagne dei movimenti nazionalisti degli anni '70 e '80 e dell'UDC
Moreno Bernasconi
09.06.2026 06:00

Domenica conosceremo l’esito di una fra le più combattute campagne politiche degli ultimi anni: quella sull’iniziativa UDC che vuole limitare a 10 milioni la popolazione della Svizzera. Quale che sia l’esito finale (che si preannuncia serrato anche se gli ultimi sondaggi danno il «no» in vantaggio), l’intenso dibattito delle ultime settimane è importante poiché ha sollevato un problema non riducibile alla retorica antistranieri delle tradizionali campagne dei movimenti nazionalisti degli Anni Settanta e Ottanta e dell’UDC. Il problema al centro della campagna è stato infatti quello della sostenibilità della crescita della Svizzera. Dal 1976 al 2025, l’aumento della popolazione è stata del 45% (da 6,3 milioni a più di 9 milioni), con un’impennata negli ultimi 20 anni, dovuta alla libera circolazione delle persone con l’UE. Le conseguenze si misurano in termini di traffico intasato, penuria di alloggi, più costruzioni, difficoltà di integrazione sociale negli agglomerati urbani… Temi che preoccupano non solo la destra, come hanno rilevato i primi sondaggi che davano l’iniziativa vincente. Sintomatico anche il fatto che, sempre nei primi sondaggi, una maggioranza di donne si dichiarasse favorevole. Ciò che ha distinto la campagna dell’iniziativa  «No a una Svizzera da 10 milioni» da quelle antimmigrati precedenti è proprio il termine «immigrati», che globalizzazione e libera circolazione europea hanno reso anacronistico. Cinquant’anni fa, Max Frisch poteva affermare polemicamente: «Volevamo braccia, sono venuti uomini».

Gli stranieri che contribuiscono al boom economico elvetico nell’era del terziario avanzato non sono braccia ma colletti bianchi (tedeschi, italiani, francesi o inglesi). Non si chiamano più immigrati ma espatriati. Sono specialisti di finanza e assicurazioni, ingegneria, medicina e ricerca… Se la retorica nazionalista e antimmigrati continua a trovare significativi consensi in regioni rurali e a far presa in quelle urbane sulle tute blu e i ceti a basso reddito che temono la concorrenza di migranti poco qualificati, la crescita esponenziale di espatriati molto qualificati suscita preoccupazione crescente anche presso ceti medi e/o medio alti. Nella campagna ha colpito che a sostenere l’iniziativa siano anche imprenditori di spicco (addirittura del settore immobiliare), politici legati agli ambienti economici e personalità di cantoni urbani, la cui crescita economica dipende molto da una manodopera estera molto qualificata. L’esempio di Zugo è emblematico. Da Cantone rurale e povero, col debito pubblico più alto della Svizzera, è diventato così ricco (ha un PIL pro capite di 190.000 franchi) da poter offrire ai suoi abitanti sgravi massicci dei costi ospedalieri e premi di cassa malati che sono la metà della media svizzera. Il suo sviluppo economico straordinario è proporzionale alla percentuale di stranieri/espatriati residenti nel Cantone (il 35%), attivi in larga misura nel settore finanziario e terziario avanzato e provenienti soprattutto da Paesi UE/AELS (in particolare dalla Germania). A Zugo non c’è dubbio che la forte presenza di espatriati abbia contribuito alla crescita economica e a una grande prosperità.

Ma la crescita economica è tutto? A rimettere in discussione questo principio su cui poggia il mercato economico-finanziario globale è addirittura il Capo delle finanze del Cantone, Heinz Tännler:  «La Svizzera non può crescere ancora - ha dichiarato nelle scorse settimane il gran Tesoriere di Zugo -  Abbiamo ormai toccato il limite».  Certo, Tännler è un eletto UDC (anche se ha fatto i suoi primi passi politici nel PLR), ma il suo monito ha avuto vasta eco perché appartiene all’ala moderata ed è stimato a livello federale, oltre gli steccati partitici. Altrettanto rumore ha suscitato il fatto che più del 40% dei delegati del partito liberale di Zugo non ha bocciato l’iniziativa UDC: il 32% dei delegati l’ha approvata, malgrado la consegna di voto contraria dei vertici del PLR e l’11% si è astenuto. Il presidente del Partito liberale di Zugo, Daniel Gruber, non sostiene l’iniziativa ma sulle dichiarazioni di Heinz Tännler ha detto quanto segue: «Trovo la sua dichiarazione appropriata. La crescita non è un fine a se stesso. Decisiva è la domanda: come stiamo crescendo? Serve davvero alla popolazione del Paese?». Domenica avremo il responso del popolo sull’iniziativa «no» a una Svizzera da 10 milioni. Ma la domanda posta da Gruber resta aperta.