In una delle Facoltà dell’Università della Svizzera italiana, malgrado il fatto che circa 95% dei suoi studenti siano vaccinati, all’apparizione di quattro positivi, di cui due vaccinati, molti docenti hanno proposto soluzioni contraddittorie, incentrate sul controllo del certificato, invece di riflettere a partire dalle indicazioni del Medico cantonale. Ricordiamo queste indicazioni: si considera avere potenziale di contagio, un contatto ravvicinato di più di quindici minuti senza mascherina.

Mi sembra che l’aver dato tanta importanza al certificato, spostando l’accento dalla lotta al virus all’implementazione di un controllo, ha portato a una certa confusione e a una dannosa polarizzazione, e porta a pensare - con il filosofo Agamben - che la vaccinazione non sia un mezzo per combattere una malattia, ma un mezzo per imporre un certificato!

Per legge, la vaccinazione non può essere imposta, ma uno sano senza certificato non ha più accesso alla vita sociale. Si potrebbe dire: « i s/cani restano fuori! ». In Italia senza certificato non si lavora, e senza tenere conto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, l’Austria ha annunciato che renderà la vaccinazione obbligatoria. Sono chiare esagerazioni, non giustificate dalla lotta a un problema di salute pubblica come quello che dobbiamo affrontare. In Svizzera le misure sono meno drastiche, ma anche da noi alcuni vorrebbero che si aumenti la pressione sui non vaccinati attraverso il certificato. Come mai?

Provo a dare tre spiegazioni. Prima. Quando si fa parte di un gruppo, non fare come gli altri comporta il rischio di ritrovarsi fuori dal gruppo. Si tende allora a mimare quello che fanno i propri vicini, senza veramente sapere perché. Per far sì che gli svizzeri possano continuare a viaggiare, potremmo a controvoglia giustificare il certificato, potremmo però farne un uso moderato in Patria. Seconda. L’uso del certificato per controllare la popolazione può anche essere compreso come una sperimentazione per gestire situazioni che potrebbero creare grosse tensioni in futuro, quali il mancato approvvigionamento di materie prime e di alcuni prodotti elaborati, una carenza di energia, e il cambiamento climatico. Ognuna implicherebbe un necessario rallentamento di molte attività, e una modifica delle nostre abitudini, come nel caso di una pandemia. In tali situazioni, un certificato potrebbe servire a regolare il necessario razionamento. Terza. Cinicamente, alcuni hanno tendenza ad approfittare della pandemia per imporre le proprie visioni. Se per esempio si promuove l’impiego generalizzato di mezzi di identificazione elettronica, si possono vedere delle opportunità in questa situazione penosa, come l’impiego di un QR-code, quando anche per i viaggi è sempre bastato un semplice libretto di vaccinazione cartaceo.

Una combinazione di mimetismo, di sperimentazioni ingiustificate, e di cinismo hanno portato alla sospensione del normale svolgimento della vita democratica. Un sano funzionamento democratico dovrebbe basarsi su discussioni con una larga partecipazione, rispettose della diversità delle posizioni, che non possono svolgersi in un clima di paura, e se una grande parte della popolazione subisce una discriminazione.

Solo in Svizzera abbiamo la possibilità di esprimerci su un referendum come quello del 28 novembre. È un buon segno, un sintomo di buona salute della nostra democrazia. Si stenta però a percepire diversi altri segni che indicano un buon funzionamento democratico, primo tra tutti la tolleranza per le opinioni contro-corrente. La questione in votazione a fine mese va molto al di là di una questione di salute pubblica. Spero vivamente che il più gran numero esprima la propria opinione dopo aver dato ascolto agli argomenti degli uni e degli altri. Ne va della salute della nostra democrazia.

©CdT.ch - Riproduzione riservata
Ultime notizie: Opinioni
  • 1