Credo che non si sia mai assistito, come oggi, a litigi tanto aspri all’interno (ma anche all’esterno) di molti partiti politici per la composizione della lista dei candidati in Municipio come per queste elezioni comunali ticinesi.

In particolare si è notata la rincorsa al/alla candidato/a «acchiappavoti», cioè a colui/colei che dovrebbe essere in grado di far guadagnare voti alla sua lista grazie alla propria notorietà (acquisita magari in ambito sportivo, musicale o televisivo) a scapito di altri dotati «soltanto» delle competenze specifiche richieste: quelle che sono lievito della politica e garanzia di buona amministrazione. Chissà se essere dei fenomeni col pallone sia una qualità sufficiente per essere anche un bravo municipale, che deve occuparsi di ambiente, di educazione, di cultura, di trasporti, di alloggi e via dicendo.

Ha ragione Gianni Righinetti («Corriere del Ticino» del 3 febbraio) quando scriveva che a «lacerare le sezioni non è la politica dei massimi sistemi, ma sono i personalismi e le piccole vicende del vivere quotidiano, che l’era dei social non aiuta di certo, non incita la ricerca della misura delle cose, ma spinge immediatamente tutti e tutto a rendere ogni cosa iperbolica».

Di converso, deve preoccupare il fatto che nessun partito della città più popolosa del cantone, Lugano, sia riuscito a presentare una lista completa di candidati per il Consiglio comunale, nonostante il soccorso di familiari e parenti. Disaffezione? Disinteresse? Disillusione? Individualismo? Vetrina meno luccicante?

Un tempo ci si avvicinava con rispetto alla gestione della cosa pubblica e si operava con modestia e passione nei partiti, ritenuti strumenti necessari per realizzare il bene pubblico. Oggi invece molti utilizzano i partiti come specchi in cui ammirare se stessi, strumenti attraverso i quali raggiungere (spesso senza arte né parte) una effimera notorietà, anche a costo di cadere nel ridicolo.

Forse esagerava, ma un po’ di ragione l’aveva, Umberto Eco quando affermava che «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».

Da troppi anni assistiamo allo svilimento della cosa pubblica. È ora di tornare a proporre una politica delle idee, di ragionare sulle cose dopo essersi documentati seriamente, dopo aver riflettuto a fondo sulle questioni, dopo essersi confrontati con politici militanti in partiti diversi ma che perseguono lo stesso obiettivo: il bene della propria città, del proprio paese, della propria comunità. Solo così potremo ricondurre alla politica persone capaci che se ne sono allontanate disgustate dal continuo decadimento dell’amministrazione della «polis», dimentica del bene di tutti.

Non si parli più alla pancia degli elettori; hanno anche una testa con cui pensare.

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