Nel dopoguerra la Germania è sempre stata un esempio di stabilità politica. Ciò per due particolarità del suo sistema:

1. la clausola del 5%, che esclude dai Parlamenti (nazionale e locali) i partiti che non raggiungono questa percentuale di voti. Il che ha impedito quel proliferare di partiti e partitini, spesso senza seguito, cui si assiste ad es. in Italia. In Germania, viceversa, per molti anni sono esistiti in pratica solo tre partiti: i due «popolari», CDU e SPD (in grado cioè di raccogliere voti un po’ in tutte le classi sociali), che si dividevano grosso modo a metà il voto di circa l’80-85% degli elettori; seguivano, a distanza, i liberali dell’FDP, che ne raccoglievano suppergiù il 10%: qualche volta un po’ di più qualche volta un po’ di meno.

2. La disposizione per cui un governo in carica può essere rovesciato solo se vi è già una coalizione sostitutiva, che ne prenderà il posto. Finora ciò è avvenuto solo due volte: nel 1966, quando la «Grosse Koalition» di Kiesinger subentrò al governo democristiano-liberale di Erhrard, e nel 1982, quando i liberali cambiarono alleato, e la nuova coalizione guidata da Kohl, spodestò al governo Schmidt.

Ora parecchie cose sono cambiate. Per cominciare, i partiti che contano non sono più solo i 3 «classici», ma 5 o 6. I primi a superare la famosa soglia di sbarramento sono stati, negli anni ‘80, i verdi, li cui leader, Joska Fischer, è poi stato a lungo ministro degli esteri nel governo rosso-verde del cancelliere Schröder. Dopo la riunificazione, a superare la famosa soglia - obiettivo ora fallito - è stato il Partito socialista unitario dell’ex Germania dell’Est che, con i seguaci dell’ex leader socialdemocratico Lafontaine, ha formato «die Linke». Infine, 4 anni fa, a superare lo sbarramento sono stati anche gli Euro-critici dell’»Alternative für Deutschland», invisi a tutti e con i quali nessuno vuol avere a che fare perché visti come estremisti di destra e considerati nazisti veri e propri o almeno «neo» (questa corrente aveva già tentato più volte in passato di «metter fuori la testa», con formazioni di varia denominazione).

Al momento non si sa ancora chi sarà, tra Olaf Scholz e Armin Laschet, il futuro cancelliere. Chiunque sia, certo è però che al suo partito non basterà più trovare un solo alleato per avere la maggioranza al Bundestag. Gliene occorreranno almeno due. Il che renderà più difficili le trattative per la formazione del Governo (che potrebbero anche durare mesi), mentre il nuovo Esecutivo, nato con queste premesse sarà necessariamente fragile. Insomma, per la Germania l’epoca della stabilità politica, almeno nell’immediato, sarà presto un ricordo.

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