Con la trasmissione delle notizie in tempo reale crediamo di essere sempre bene informati dimenticando le molte trappole in agguato nel sistema. Innanzitutto chi le raccoglie, per attirare l’attenzione, tende più o meno inconsciamente a enfatizzarne soprattutto l’aspetto emotivo trascurando, anche per questione di tempo, quello della valutazione razionale e di situarle nel loro contesto. Per molti motivi questi rischi sono particolarmente elevati soprattutto per i messaggi audiovisivi. Delle immagini trasmesse spesso non si conoscono le origini né si possono identificare con sicurezza i luoghi dove sono state riprese o se non siano state manipolate elettronicamente. L’immagine del bambino morto sdraiato sulla spiaggia mostrato come vittima di un naufragio, ha commosso e fatto il giro del mondo: si è poi saputo che fu fatta in tutt’altra circostanza. Sul caso della giovane siciliana deceduta dopo l’iniezione del vaccino Astra-Zeneca non si è detto che la vittima aveva sottaciuto al medico di essere affetta da grave malattia che controindicava la vaccinazione. Sappiamo tutti come la notizia incompleta abbia diffuso insicurezza in tutta Europa. Per una diffusione corretta delle informazioni è un dovere trovare sempre un equilibrio tra emozioni e analisi razionale, cosa difficile in tempo reale e più facile nella stampa su carta. Le notizie e immagini degli Afgani che, spinti dalle paure e minacce dei Talebani, per fuggire cercavano disperatamente di salire su un aereo a Kabul, suscitano in noi emozioni e il naturale riflesso di dare loro ospitalità alle nostre latitudini senza riflettere sui rischi dell’operazione. Il popolo Afgano ha una secolare storia di un patriarcalismo islamico ancorato nel subconscio, che non conosce i principi degli universali diritti umani. Le donne sono proprietà dell’uomo che, con matrimoni coatti, sono oggetto di scambio tra i clan; esse vivono di fatto in arresto domiciliare. Le vite umane hanno il valore dettato dall’Islam. Uccidere una donna per adulterio o per rifiuto di un matrimonio coatto è un dovere, uccidere in nome di Allah un infedele che rifiuta la conversione, è un merito. Sono regole che, specie nelle regioni periferiche dell’Afganistan (che del resto sostengono i Talebani) e in Pakistan, sono ancora vive. Fatto dimostrato dalla recente uccisione una giovane donna di una famiglia Pakistana che da anni vive in Italia per il rifiuto di un matrimonio coatto. Bisogna rendersi conto che è impensabile che profughi Afgani riescano ad abbandonare alle nostre latitudini i loro atavici inconsci comportamenti incompatibili con i nostri principi etici: essi sono un grave pericolo reale soprattutto per le donne. L’unica via percorribile è un importante sostegno economico e umanitario per la loro accoglienza nei Paesi adiacenti all’Afganistan: Pakistan, Iran e Tagichistan.

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