Una campagna vaccinale può essere condotta puntando sull’obbligo (diretto o indiretto) oppure sulla persuasione: il primo modifica i comportamenti, la seconda usa il potere della parola per modificare le opinioni. Di recente la Confederazione ha lanciato un’«offensiva» vaccinale contraddittoriamente basata sul dialogo; M. Mattia, invece, ha osservato che gli errori comunicativi possono generare forme di frustrazione e intolleranza, aggravate dalla crisi del pensiero e della relazione tipica dell’era tecnologica. I non vaccinati moderati, ammonisce lo psichiatra, non sono degli “untori”, ma delle persone che proteggono la salute con mezzi diversi dal vaccino – test, gesti barriera.

Di norma, una comunicazione di qualità è chiara, onesta, prudente. Per esempio, riconoscendo che l’incertezza è parte integrante del processo scientifico, si riduce la paura del cittadino di essere manipolato e il suo bisogno di controllo. In questo contesto, si constata l’azione positiva dei servizi di prossimità e dei medici di famiglia, i quali operano entro un rapporto di fiducia consolidato e con l’aiuto della medicina narrativa; per contro, Internet contribuisce a radicalizzare alcuni punti di vista. Uno studio danese (B. Petersen et al.) conclude che a lungo termine la trasparenza è efficace, perché favorisce la fiducia nelle autorità sanitarie, mentre le rassicurazioni vaghe alimentano le teorie complottiste. La ricerca, peraltro, ammette che nelle emergenze i politici danno la priorità ai successi a breve termine.

H. Y. Lawrence analizza il ruolo della retorica nella comunicazione sanitaria, identificando quattro esigenze “materiali”: la malattia, la sua eradicazione, il danno e l’ignoto – questi ultimi, associati al vaccino, rimandano all’ambivalenza del phármakon. Tali esigenze corrispondono a punti di vista diversi e nascono dall’esperienza incarnata dei singoli: in altre parole, malattia e vaccino sono vissuti sul corpo. Secondo la studiosa, le esigenze materiali devono essere mutuamente comprese per ottenere la persuasione: a questo scopo, bisogna indagare percezioni, valori, esperienze, informazioni coinvolti nel processo decisionale. Tale approccio aiuta a rimodellare la comunicazione, evitando gli argomenti che sminuiscono o generalizzano singoli punti di vista. Per esempio, un’analisi sui commenti degli utenti del New York Times conclude che gli appelli generici alla scienza e al bene comune non convincono gli indecisi, ma allargano il divario ideologico tra le parti.

In prospettiva, una comunicazione efficace è una risorsa possibile per dare risposte coese nelle emergenze future, superando la retorica divisiva basata sull’opposizione binaria tra vaccinati e non vaccinati, buoni e cattivi, intelligenti e sciocchi.

©CdT.ch - Riproduzione riservata
Ultime notizie: Opinioni
  • 1