Nella memoria degli europei occidentali è rimasta la definizione di «martire delle nazioni» attribuita alla Polonia dopo la spartizione del territorio tra la Prussia, la Russia e l’Austria nella seconda metà del Settecento. Il cuore del generale Kosciusko rimase conservato come una reliquia nella cappella della Villa Negroni (già Morosini) di Vezia, fino al 1995. L’identità religiosa del regno polacco, affermatasi dal Medio Evo e strenuamente difesa contro i luterani a Ovest e contro gli ortodossi a Est, ha contribuito a consolidare il posto privilegiato che la Polonia occupa nel cuore soprattutto dei Paesi cattolici, fino all’entusiasmo con cui fu accolta nel 1978 l’elezione al sommo pontificato di Karol Wojtyla, nato a Wadowice, vicino a Cracovia. Su questo punto sono del tutto in sintonia con Tito Tettamanti (Corriere del Ticino del 3 dicembre). E infine i cattolici del Ticino non possono dimenticare che molti bravi sacerdoti polacchi occupano nelle nostre parrocchie i posti lasciati vacanti dalla crisi delle vocazioni.

Solo una persona disinformata potrebbe tuttavia ignorare che la Polonia di oggi non è «nella linea» di papa Francesco. Forse non tutti sanno che vi sono state pronunzie dure, interventi d’autorità, dismissioni obbligate (coperti dalla discrezione diplomatica) per forzare da Roma la soluzione di situazioni imbarazzanti nella Chiesa polacca: un buon vaticanista potrebbe farne un lungo elenco. Più difficile che il Santo Padre possa pronunciarsi apertamente sulle questioni di legislazione che dividono lo Stato polacco dall’Unione europea, anche se molte si muovono a cavallo tra etica sociale ed etica nutrita dalla fede. Per analogia si potrebbero richiamare i problemi che papa Francesco ha con l’episcopato statunitense, pure sulla delicata questione dell’aborto: ma non sono diversità di vedute che si mettono in piazza.

Il punto essenziale però è un altro. La Polonia non è uno Stato «laico» come la Svizzera o la Francia, nel senso che non è passata attraverso la rivoluzione liberale e la secolarizzazione. Aderendo all’Unione europea è probabile che abbia pensato più a consolidare la funzione di antemurale dell’UE rispetto alla Russia che alla messa in comune di valori e legislazioni. Non si tratta di protervia unificatrice di Bruxelles, come sostiene Tito Tettamanti. È vero che non necessariamente la Nuova Europa deve fare tabula rasa di tutte le autonomie locali. Ma l’Europa di Bruxelles è più di un’alleanza: è un’unione di valori, di principi e di diritti ispirata dalla memoria di due sanguinosissime guerre mondiali. Il problema l’abbiamo conosciuto anche noi, in Svizzera, dove agli albori dell’attuale Confederazione (1848) le differenze tra i Cantoni erano ancora importanti, non meno di quelle tra gli odierni Stati europei: un codice civile unificato poté essere approvato soltanto nel 1907, il codice penale nel 1937. E il Tribunale federale ha dovuto nel 1990 imporre ad Appenzello la parità di diritti politici tra uomini e donne in campo cantonale.

Nessuno è innocente. La Polonia che abbiamo nel cuore è stata vittima e purtroppo insieme colpevole delle stragi di ebrei operate dalle SS tedesche durante la Seconda guerra mondiale. Polonia orientale, Lituania, Russia Bianca erano il rifugio di milioni di ebrei, quasi tutti poverissimi (la loro memoria rimane nei racconti di Isaac Singer e nei dipinti di Chagall). Situazioni che solo le enormi distanze permettevano di conservare: eppure, più di un «sacro macello» fu pur compiuto, come a Jedbawne, e non solo dai soldati tedeschi.

Potrebbe la Polonia lasciar passare almeno una parte delle migliaia di profughi che si accalcano contro il confine orientale? L’Europa deve darsi una politica coerente sul problema delle migrazioni, in cui tutti gli Stati siano tenuti a collaborare, non solo chi sta sul fronte, come l’Italia, la Grecia, la Spagna. Può parere, a questo punto, che il conflitto circa i codici passi in secondo piano. Non è così. Niente di solido si costruisce se i valori non sono condivisi, l’UE non è la matrigna che alza il dito ma una famiglia che gli uni hanno scelto per imparare dagli altri. E la Svizzera non potrà tenersi fuori in eterno.

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