Per il quarto anno di fila Lugano ha perso abitanti. Le ragioni non sono difficili da comprendere: abitare a Lugano costa di più che abitare nei comuni vicini e nelle altre città del Ticino. Persino il sindaco leghista Marco Borradori ha spiegato che sarebbe bello avvicinare il ceto medio ai quartieri del centro ma che la cosa è molto difficile.

Lugano ha realizzato quello che si potrebbe chiamare una «gentrificazione» perfettamente riuscita; o, per dirla più semplicemente, l’espulsione dal centro della città di chi può contare solo su un reddito medio-basso.

In realtà è anche l’assenza di una visione urbanistica della città che ha favorito questo tipo di sviluppo. Si sarebbe potuto bloccare da tempo la desertificazione del centro storico, non rilasciando autorizzazioni a raffica per cambiamento di destinazione dei locali da abitazioni a uffici e attività commerciali, meccanismo probabilmente inarrestabile.

Il centro storico, anticamente abitato da operai, artigiani, pescatori, lavandaie e dalle famiglie, oggi è quasi esclusivamente sede di uffici, banche, fiduciarie; vi sono rimasti pochissimi appartamenti, abitati quasi esclusivamente dall’alta borghesia. Tanti negozi del centro sono inavvicinabili e gran parte della popolazione cittadina non mette mai piede nella zona di via Nassa. Il LAC, «tempio della cultura», si trova proprio in fondo a quella strada: un disegno perfetto! La cultura promossa con i soldi pubblici alla fine della strada del lusso. Sarebbe interessante sapere quanti luganesi abbiano mai messo piede al LAC, quanti sanno che molto occasionalmente ci sono degli eventi gratuiti e anche quanti non sono per niente interessati alla cultura promossa dal LAC. Quanti pensano al LAC come a qualcosa di inavvicinabile visti i prezzi esorbitanti proposti per l’ingresso?

Il modello culturale e cittadino offerto è evidente: una città da cartolina per i turisti e per chi viene a Lugano per consulenze finanziarie, con un centro culturale che propaga una cultura per il ceto medio-alto e quello alto, ma che di per sé dovrebbe essere per tutti e tutti. Sicuramente ci sono altre Città con problematiche simili, ma a Lugano il problema sta anche nel fatto che si tenta di stroncare tutto ciò che potrebbe essere visto come modello culturale alternativo. Tali modelli non sono ammessi, vengono rasi al suolo e criminalizzati, perché non fanno parte del disegno perfetto che prevede demolizione, costruzione, speculazione immobiliare e omologazione culturale. La vicenda e la storia del Centro sociale autogestito Il Molino ne è la prova.

Gli abitanti di Lugano devono poter vivere in una città che offra ancora dei posti di lavoro decenti, con salari che permettano di trovare un appartamento in città, di vivere in una città che offra eventi culturali e sociali abbordabili. Una città nella quale non soffocare né per le difficoltà né per l’inquinamento del traffico parassitario verso il centro.

Una città di tutte e di tutti, una città per tutte e per tutti.

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