Dalle pagine del "Corriere del Ticino", nell’articolo «La chiusura delle scuole riduce di molto la mobilità e, di conseguenza, i contagi» veniamo a sapere che la chiusura delle scuole di questa primavera sarebbe stata tra le misure più efficaci contro la diffusione del "nuovo coronavirus". Il Corriere cita una ricerca del prof. Feuerriegel (ETHZ) che, come correttamente riportato nell'articolo "non è ancora stata oggetto di valutazione tra pari".

Dubito che tutti i lettori sappiano che cosa significhi ciò: vuol dire che il testo non è stato ancora accettato da una rivista scientifica, la quale lo farà solo dopo che un altro ricercatore membro della redazione lo avrà letto e dichiarato che soddisfa gli standard minimi per una pubblicazione scientifica. Molte bufale che sono circolate negli ultimi mesi di pandemia - sulla presunta alta contagiosità dei bambini, su effetti collaterali dei vaccini - sono frutto della discutibile prassi di pubblicare (mettendole in internet) le proprie ricerche senza sottoporle a questa semplice procedura. Procedura che di solito dura poche settimane.

Ma dato che ormai il danno è fatto e la notizia è stata ripresa dai Quotidiani, sento come mio dovere entrare brevemente nel merito delle conclusioni riportate nell'articolo. Lo faccio rimarcando che lo studio sembra lavorare con un metodo puramente "quantitativo", cioè valutando numeri di persone che si sono spostate, in base al discutibile presupposto che "persone che si spostano" siano sinonimo di contagio. Una colossale sciocchezza: io che mi faccio una passeggiate nei boschi posso al massimo contagiare gli alberi. Per valutare davvero l'eventuale effetto benefico della riduzione degli spostamenti, bisognerebbe capirne la modalità (in un autobus affollato o in bicicletta non è la stessa cosa), bisogna capire chi si sposta (sul Corriere del Ticino Fabio Pontiggia ha giustamente segnalato che in base agli studi scientifici oggi in nostro possesso i bambini sono poco contagiosi!) e molto altro ancora.

Cose che presupporrebbero come minimo una conoscenza del nostro sistema educativo e delle sue peculiarità: ad esempio in Svizzera le scuole elementari sono vicine a casa e i bambini ci vanno a piedi, non portati in auto dai genitori o in pulmini affollati. Per un'adeguata valutazione della misura "chiusura delle scuole" servirebbe in realtà una ricerca interdisciplinare che coinvolga anche gli studiosi del sistema educativo svizzero.

Infine, mi si permetta una chiosa basata su un sapere certo che è quello storico: in più di 170 anni nessun Consiglio federale aveva mai chiuso a tappeto le scuole in tutta la Svizzera, né durante le Guerre mondiali, né ai tempi della "Spagnola". Ci sarà una ragione! Una delle caratteristiche del nostro sistema educativo è che la gestione della scuola compete ai Cantoni (art. 62 CF) e che le decisioni operative sono lasciate il più possibile vicine alla realtà di ogni singola scuola: l'esperienza attuale ci insegna che le sedi scolastiche se la cavano piuttosto bene con i protocolli sanitari e che la scuola nel suo insieme non è affatto tra i "motori" dell'epidemia. Sarebbe saggio tenerne conto in futuro.

Wolfgang Sahlfeld, professore di storia della didattica al Dipartimento Formazione e apprendimento della SUPSI

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