Economia di prossimità

La rottura
delle supply chain

La rottura <br />delle supply chain
Come la rottura delle catene di fornitura (supply chain) globali ha cambiato la nostra relazione con il territorio.

La rottura
delle supply chain

Come la rottura delle catene di fornitura (supply chain) globali ha cambiato la nostra relazione con il territorio.

La Covid19 ha fatto archiviare definitivamente la globalizzazione? Veniamo ai fatti. La pandemia ha bloccato improvvisamente la circolazione di merci e beni causa improvviso rischio pandemico. Poi gli Stati e tutti noi ci siamo accorti che basta un pezzo mancante dal nostro smartphone, dal microonde o semplicemente da un qualsiasi o dalla nostra auto e dobbiamo aspettare tempi titanici o addirittura non poterla riparare. Questo ce lo ha fatto capire innanzi tutto la carenza di mascherine e guanti durante il primo lockdown. Poi abbiamo visto che anche quando trovavamo questi oggetti arrivavano da molto lontano e non erano più così convenienti, ma soprattutto che dipendevamo in tutto e per tutto da qualcun altro. Allora abbiamo capito cos’è la supply chain (la catena di fornitura, cioè l’insieme di tutti i partecipanti -aziende fornitrici- che concorrono a realizzare un oggetto) e di quanto il fatto di averla in alcuni casi completamente delegata all’estero o lontano possa rappresentare un problema qualora avvenga un evento inaspettato.

La domanda che dobbiamo farci oggi è: conviene ancora far fare tutto nel posto più remoto del mondo e al prezzo più basso possibile? E se succedesse qualcosa di ancora diverso domani? Tipo che qualche paese povero si ribelli a produrre merce e materiali per i paesi ricchi mentre loro sono sempre poveri? Cosa comporta far produrre qualcosa ad un prezzo così basso? Chi ne paga le conseguenze? E soprattutto crediamo ancora che lo facciamo per loro perché altrimenti starebbero peggio? Mescolando quindi il rischio Paese, la questione etica, e un po’ di strategia per evitare problemi, forse dovremo iniziare a rivalutare le nostre scelte in termini di fornitori si, ma forse anche di consumi. D’altronde altro problema che continuiamo a sottovalutare è che la popolazione al mondo continua inesorabilmente a crescere, mangia di più, consuma di tutto di più, ha maggiori aspettative e richieste. A questo punto rivediamo le carte che abbiamo in mano. Mancanza di poli produttivi o segmenti produttivi locali che in caso di problema bloccano le nostre produzioni. Richieste e abitudini di vita che chiedono sempre più beni e servizi, sempre più velocemente, sempre a prezzi a più bassi, differenziale tra ricchi e poveri a livello mondiale sempre più alto. Insomma se da una parte c’è un problema produttivo che in qualche modo si potrebbe pensare di arginare, dall’altra c’è un mondo talmente interconnesso e mutato negli ultimi 20 anni che reagisce talmente in fretta e a volte talmente violentemente ai cambiamenti che diventa difficile da arginare.

Vi invito allora a portare avanti parallelamente le riflessioni su esposte, perché solo così possiamo pensare ad una soluzione che sia veramente realizzabile per un futuro –forse– più limpido. Dal punto di vista etico se ci pensiamo a livello alimentare questo ci è venuto più semplice. Infatti se gli alimenti che arrivano da lontano vengono a mancare, vado a riscoprire i produttori di prossimità, i piccoli produttori locali, magari concentrandomi anche di più sui prodotti di stagione, su quelli freschi, e quindi più sani per noi e per la terra. Questo perché a livello alimentare in qualche modo tutti i Paesi hanno mantenuto delle produzioni locali, che proprio in caso di necessità riescono a garantire una continuità. Da questo forse dovremo prendere spunto per riorganizzare anche le filiere produttive industriali? Non lo sappiamo. Sicuramente dovremo trovare modalità costruttive più sostenibili e meno estremizzate. D’altro canto anche il nuovo regolamento europeo, il cosiddetto «diritto alla riparazione», entrato in vigore il 1 marzo 2021 prevede che chi produce gli elettrodomestici garantisca all’utente almeno per 10 anni la reperibilità dei pezzi di ricambio. Perché altrimenti la ghigliottina dell’usa e getta oltre il termine di garanzia farebbe si che si debba buttare un frigorifero o una lavatrice perché magari manca una guarnizione o una vite di ricambio. Insomma forse la nuova globalizzazione dovrà essere meno spregiudicata e più equa, creando si spera come conseguenza anche meno sfruttamento dei paesi più poveri e maggiore benessere per tutti. Ma questa è una speranza, solo il futuro potrà dare la risposta. Quello che invece è certo è che un piccolo virus ci ha destato dal nostro sogno di immortalità economica, e questo risveglio è stato abbastanza traumatico.

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