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Sostenibilità:
scelta di esclusione

Sostenibilità:<br />scelta di esclusione
Un approccio molto utilizzato dagli investitori prevede di togliere dal proprio paniere i titoli di società considerate non sostenibili

Sostenibilità:
scelta di esclusione

Un approccio molto utilizzato dagli investitori prevede di togliere dal proprio paniere i titoli di società considerate non sostenibili

Come creare un portafoglio finanziario sostenibile? Beh, la prima cosa che probabilmente verrebbe in mente a molti è semplicemente togliere dal proprio paniere i titoli di società che per un motivo o per un altro non consideriamo sostenibili. Non a caso l’approccio dell’esclusione è stato il primo a farsi strada nel mondo degli investimenti responsabili e tutt’oggi viene utilizzato da molti operatori del settore, in particolare anche da diversi fondi pensione svizzeri. Ciò che rende questo approccio particolarmente apprezzato è la sua facilità di comprensione e d’implementazione, tuttavia questa modalità di gestione della sostenibilità negli investimenti è sempre più spesso anche soggetta a critiche da buona parte degli addetti ai lavori perché il reale impatto, in termini di contributo per un mondo migliore, resta un fattore di discussione, ma andiamo per gradi ...

Innanzitutto, in che modo si concretizza l’esclusione e quali sono i criteri che generalmente danno adito alle esclusioni? Secondo l’ultimo studio di mercato di Swiss Sustainable Finance, in cui l’approccio delle esclusioni risulta essere il secondo più utilizzato tra gli otto analizzati, i principali criteri riguardano i seguenti prodotti e servizi o le seguenti pratiche: produzione di armi, tabacco, corruzione, carbone, pornografia, violazione dei diritti umani, diritti dei lavoratori, gioco d’azzardo, energia nucleare.

Le società che quindi vengono escluse da un portafoglio finanziario sono quelle attive in uno dei settori menzionati o che comunque ricavano una parte rilevante del proprio fatturato da essi, rispettivamente società che si sono rese colpevoli di importanti controversie riguardo a uno dei temi indicati. E qui si apre, evidentemente, il dibattito, perché se alcuni settori o criteri appaiono piuttosto evidenti, vedi la violazione dei diritti umani o la corruzione, in altri casi l’esclusione può essere più o meno giustificata a dipendenza delle proprie sensibilità. È giusto, ad esempio, escludere aziende attive nel settore dell’energie nucleare? Non è comunque una soluzione più pulita rispetto alla produzione energetica mediante l’utilizzo di carbone? E il gioco d’azzardo o la pornografia? Nel primo caso in fondo sono spesso gli Stati sovrani, ad es. la Confederazione Svizzera, a fornire le licenze ad operare e nel secondo caso non si tratta piuttosto di una questione privata il fatto di voler usufruire di determinati servizi o meno? Tutte domande legittime, ma va detto che il mercato oggi come oggi offre soluzioni molto diversificate per cui sta al singolo investitore identificare il prodotto d’investimento, ad esempio un fondo, che adotta criteri d’esclusione corrispondenti ai propri valori. Sei sensibile al tema del tabacco perché nella tua famiglia qualcuno è morto a causa del consumo di sigarette e quindi non vuoi investire in società attive in questo settore? Si può fare. Sei invece favorevole all’energia nucleare ma ti sta a cuore il tema dei diritti umani? Si può fare, anche se richiede un po’ di sforzo nella ricerca del prodotto adeguato, rispettivamente richiede la consulenza di un esperto in investimenti sostenibili della propria banca o del proprio gestore patrimoniale.

Rimane aperta ancora la questione del reale impatto a cui si è accennato sopra. Nel dibattito, anche tra gli accademici, emerge il problema che in fondo la vendita di titoli soggetti ad esclusione non serva a molto considerando che al momento della vendita i suddetti titoli sono comunque riacquistati da qualcuno d’altro. Questo «spostamento» di titoli non avrebbe quindi alcun impatto se non quello di mettere a posto la coscienza del primo investitore che si è liberato dei titoli che lo mettevano evidentemente a disagio. Personalmente ritengo questa analisi parzialmente corretta poiché la vendita da parte di molti investitori, magari anche importanti, degli stessi titoli comporta, per la legge della domanda e dell’offerta che regola anche i mercati finanziari, una riduzione dei valori borsistici di queste azioni o obbligazioni e ciò non dovrebbe lasciare indifferenti né il management delle società coinvolte né gli investitori che, per definizione, non amano vedere deteriorarsi i valori dei propri averi patrimoniali. Questa insoddisfazione da parte degli azionisti dovrebbe portare, ad un certo punto, a mettere sotto pressione il management affinché si adoperi per rendere il proprio business model più sostenibile, ad esempio, diversificando i ricavi e aprendosi sempre più anche ad attività non considerate problematiche dalla società civile. Un caso concreto e molto attuale riguarda il settore del carbone, dove molti investitori istituzionali stanno disinvestendo importanti somme di denaro e questo porta anche tutti gli altri investitori, pure i più piccoli, a riconsiderare le proprie esposizioni in questo mercato.

In conclusione, l’approccio riguardante gli investimenti finanziari sostenibili mediante l’esclusione, dal proprio portafoglio, di aziende facenti parte di determinati settori economici o a causa di controversie di tipo sociale o ambientale, è ancora molto in uso tra gli addetti ai lavori. Non tutti gli investitori sono però disposti ad accettare una riduzione, soprattutto se importante, del cosiddetto «universo investibile», ossia l’insieme dei titoli a disposizione su cui poter investire. Come avremo modo di appurare mediante gli ulteriori approfondimenti di questa rubrica, vi sono altri approcci che permettono di evitare questa problematica.

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