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Quei rintocchi sopra i tetti che ti entrano nel cuore

Il campanaro di Golino suona ancora "a mano" le campane: "Il bello è che si può diffondere nell'aria il proprio stato d’animo"

 
31
marzo
2018
05:55
Paolo Gianinazzi

Quando ancora gli orologi da polso - figuriamoci i più moderni smartphone presenti oggigiorno nelle tasche di tutti - erano solo un lontano miraggio tecnologico, a ritmare le giornate della comunità erano le campane. I loro solenni rintocchi, oltre a indicare l'ora, scandivano i momenti religiosi e gli avvenimenti più significativi per il paese: dai matrimoni ai battesimi sino al decesso di un cittadino. Una tradizione che per centinaia di anni ha segnato la nostra storia ma che oggi, complici le nuove tecnologie, sta scemando in tutto il mondo così come in Ticino. Quanti di noi, infatti, possono dire di saper riconoscere il preciso significato dei rintocchi campanari? Quanti conoscono l'antica arte di suonare «a mano» questi particolari strumenti? A pochi giorni dalla Pasqua - giornata per eccellenza degli scampanii in terre culturalmente cristiane - ci siamo recati a Golino e Intragna, caratteristici villaggi delle Centovalli, terra dove certe antiche tradizioni non sono ancora scomparse, per conoscere e raccontarvi la storia di due particolari campanili distanti pochi chilometri l'uno dall'altro.

Il nostro viaggio inizia a Golino, un caratteristico paesino di poche centinaia di abitanti alle porte delle Centovalli. Al centro di questo piccolo borgo si trova una bella chiesetta dedicata a San Giorgio - dopo Muralto la seconda più antica del distretto del Locarnese - la cui costruzione risale all'inizio del tredicesimo secolo. Nella piazzetta di fronte alla Chiesa incontriamo Patrizio Zurini, il campanaro, nato e cresciuto proprio qui, che con passione e dedizione tutti i giorni entra nel campanile per suonare il suo strumento prediletto: le campane. Golino è uno dei rari luoghi in Ticino in cui vengono ancora suonate a mano. Nel corso degli anni le classiche corde e tastiere usate in passato sono state sostituite con più moderni sistemi elettrificati. «Si tratta di una tradizione di famiglia», ci spiega Zurini. «Ho cominciato a salire sul campanile a sette anni. Seguivo il papà e quando l'ho perso ho continuato con questa usanza. Anche mia mamma fino a 90 anni veniva a suonare. È un mestiere che va un po' rubato, e io l'ho appreso da mio padre. Osservandolo ho imparato le melodie a memoria, senza spartito».

Il presepe pasquale
Entrando nella chiesa, Zurini ci mostra innanzitutto un'altra particolare tradizione oggi poco presente nel nostro territorio: il presepe pasquale. Il campanaro lo sta preparando minuziosamente con raffigurazioni dei principali momenti della Passione di Cristo. Ma prendiamo subito la direzione del campanile. Sessantacinque gradini distribuiti su diverse rampe di scale praticamente verticali permettono di raggiungere in poco tempo la sua sommità, dove si trova anche la tastiera in ferro che con un sistema di catene permette, appunto, di suonare le cinque campane presenti e le corrispondenti note: Do, Re, Mi, Fa e Sol. «Sembrano poche, ma con solo cinque note posso suonare moltissimi motivi», ci spiega il nostro interlocutore una volta giunti in cima al campanile. «Ho una lista di tutte le canzoni che conosco a memoria, ovviamente quelle religiose, ma anche profane e Rock, sino a quelle folcloristiche ticinesi che rispolvero per occasioni particolari». Sulla lista possiamo infatti trovare anche Madonnina dai riccioli d'oro, la Verzaschina e alcune canzoni dei Gotthard o di Adriano Celentano. «Ma bandiera rossa non la suoniamo», ci dice ridendo. «In passato avevo invitato Steve Lee per fargli sentire One Life, One Soul. Mi scrisse che sarebbe venuto molto volentieri, ma poi purtroppo le cose sono andate come sono andate».

Per scacciare le tempeste
Quando in particolare viene a suonare le campane? Chiediamo al campanaro. «Vengo tutti i giorni: apro la chiesa alle 6:45 e suono l'Ave Maria per l'apertura della giornata, a mezzogiorno invece c'è mia sorella perché io lavoro, e infine la sera alle otto suono nuovamente prima di chiudere la chiesa. Tuttavia, per tradizione in occasione della Pasqua, dal giovedì santo alla domenica mattina, non suoniamo». Decisamente un grosso impegno che chiede molta dedizione e che oggigiorno non tutti sono disposti a fare. Ma un impegno che, osservando la passione di Zurini per questo strumento, è più che disposto a prendersi. «Le campane sono un punto di riferimento della nostra vita – prosegue il nostro interlocutore -. Ci annunciano le belle e le brutte notizie. Ad esempio, quando purtroppo muore qualcuno salgo sul campanile per suonare e, in questo caso particolare, è importante distinguere il numero dei rintocchi: nove per un uomo e sette per una donna. Anche quando è annunciata una tempesta è importante suonare, perché, secondo l'usanza popolare, le onde prodotte dal suono delle campane allontanano il brutto tempo. I più anziani, mi ricordo, dicevano sempre: "Mi raccomando suona altrimenti mi rovina il raccolto della vigna"».

La ricarica dell'orologio
Se le campane vengono suonate a mano, il campanile di Golino negli ultimi anni ha, però, perlomeno elettrificato il suo orologio. «In passato – spiega Zurini - ogni settimana la domenica prima della messa dovevo venire a ricaricare il pesante meccanismo: era la mia palestra», ci dice scherzando. «Oggi invece ogni dodici ore si ricarica automaticamente. Cambia da solo anche dall'ora solare a quella legale e l'ora esatta viene regolata da un impulso satellitare che viene da Francoforte». Insomma, un po' di tecnologia non fa male neanche al campanile di Golino. A questo proposito gli chiediamo cosa pensi del fatto che la tradizione di suonare le campane a mano si stia perdendo. «È un peccato che questa usanza ticinese stia pian piano scemando. Tuttavia c'è ancora molto interesse. Spesso e volentieri in occasioni speciali, come a Natale, molte persone mi chiedono di poter venire a vedere e tanti genitori portano i bambini». Infine chiediamo a Zurini la domanda più ovvia. Perché proprio le campane? «Il bello di questo strumento è che si può letteralmente diffondere nell'aria il proprio stato d'animo. Adeguando ad esempio il ritmo; lento, veloce... È bellissimo, è come un concerto per tutta la valle. Come mi è stato insegnato da un importante pianista, la musica, con qualsiasi strumento, va suonata con il cuore».

Intragna - La singolare storia della squilla ripresa con la forza ai locarnesi

Per la seconda parte del nostro viaggio non occorre spostarsi più di tanto. A qualche centinaia di metri di distanza ci rechiamo infatti a Intragna, dove si trova un particolare campanile che con i suoi 65 metri di altezza è il più alto del cantone. Nel caratteristico villaggio delle Centovalli, tra le strette vie pavimentate in ciottolato, svetta infatti questo imponente monumento in pietra viva la cui costruzione risale al 1775. E qui troviamo Stefan Früh, operatore turistico originario di Intragna ma cresciuto in Svizzera tedesca che oggi si occupa, appunto, anche delle visite guidate al campanile e che, in un futuro non troppo lontano, vorrebbe dedicare ad esso un museo. «La nostra visita guidata è molto apprezzata e la gente è entusiasta. Lo scorso anno hanno visitato il campanile circa un migliaio di persone», ci spiega il nostro interlocutore. Dopo una breve visita alla chiesa costruita tra il 1722 e il 1738 e dedicata a San Gottardo, vescovo benedettino della diocesi di Hildesheim venerato come santo dalla Chiesa cattolica – ci rechiamo subito ai piedi del campanile, la cui base misura diversi metri di larghezza. Una volta giunti all’interno , alzando lo sguardo, balzano subito agli occhi i 166 gradini e le sedici rampe di scale che ci separano dalla sua sommità. Pochi minuti di «camminata verticale» e raggiungiamo la cima, da dove si può godere di una splendida vista sulla valle.

Come mai un paesino così piccolo ha un campanile così importante? Chiediamo a Früh. «Bisogna pensare le Centovalli nei secoli scorsi erano descritte come la valle degli spazzacamini: un luogo molto povero. Ogni famiglia di Intragna era una sorta di dinastia di spazzacamini e in centinaia si recavano soprattutto in Italia a fare questo logorante lavoro. Tuttavia, circa 300 anni fa, la Valle era anche un luogo molto ‘‘vivace’’. Intragna aveva infatti più abitanti che Locarno: rispettivamente 1500 e 1200. In quel periodo il paese è cresciuto molto e, per questa ragione, è stato possibile costruire un campanile così grande».

La reazione degli intragnesi
Se oggigiorno, a causa delle nuove tecnologie, non diamo troppa importanza alle campane, in passato questi strumenti ricoprivano un ruolo fondamentale per la comunità. Ne è un esempio la particolare storia di una delle sei campane presenti proprio su questo campanile, alla quale gli intragnesi erano decisamente attaccati. «In principio – ci spiega a questo proposito Stefan Früh - il campanile aveva solo quattro campane, ma c’era già l’idea di aggiungerne due. Quando si è presentata l’occasione a Locarno di acquistare una campana all’asta, gli intragnesi hanno fatto un’offerta e se la sono aggiudicata. Tuttavia i locarnesi, non si sa bene per quale motivo, non vollero più consegnarla malgrado il contratto fosse già stato firmato. Per questo motivo i locarnesi quando vedevano qualcuno di Intragna al mercato lo prendevano in giro: “sei venuto a prendere la tua campana?” Gli chiedevano ironicamente. Così un giorno, stanchi di farsi prendere in giro, gli intragnesi hanno deciso di andare a prendersela con la forza. Nel 1802 una cinquantina di uomini armati, bloccando le guardie, salì di notte sulla torre di Locarno e si portò a casa la tanto agognata campana. Una storia che è anche stata incisa sulla campana stessa (vedi foto in alto, ndr.). Inoltre - prosegue il nostro interlocutore - per pagare la fattura alla ditta che dovette rimontare la campana, fu decisro di farla saldare agli uomini che non avevano partecipato alla ‘‘spedizione’’ a Locarno. E io, un po’ironicamente, durante le visite dico sempre che adesso la campana, quando suona, si fa una risata sul locarnese perché guarda proprio in quella direzione». 

Edizione del 20 aprile 2018
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